Flavia e il Blu Cobalto

Meravigliata, malinconica e felice, arricchita, chiudo l’ultima pagina del libro, respirando l’aria come per riconnettermi alla realtà e lo stringo un po’ al cuore, prima di riporlo nell’asciugamano sopra la sabbia.
“Cosa hai letto?”
“Flavia’s end, di Claudia Aloisi, edito da Condaghes”.
“E com’è?”
“Oh, un gioiello”.
“Sì, ma cosa è… un giallo, noir, romanzo d’amore?”
Ecco, il ritorno brusco. Le etichette di genere, che in genere, odio.
“È un gioiello”.
Mi limito a ripetere, come se in questa risposta fosse contenuto tutto ciò che è dato e necessario sapere.
“Sì, ma di che parla?”
Questa domanda, già mi piace di più e mi offre lo spazio per raccontare, a ruota libera.
“È un limbo di emozioni dai confini sfumati che si muove tra passato e presente, leggende e realtà.
È Sardegna.
Ti solca l’anima, come il porto scavato dentro la montagna e che però si affaccia sul blu cobalto del nostro mare.
È ispirato a Porto Flavia, il porto d’imbarco del sito minerario di Masua, progettato dall’ingegnere veneziano Cesare Vecelli e realizzato nel 1924.
Tu lo sapevi che prende nome dalla figlia dell’ingegnere? Era dedicato a lei. Flavia…”
“No. Ma quindi è un saggio? Un romanzo storico?”
(Aridaje. Ma che gusto c’è a voler per forza catalogare un libro?)
“Comincia tutto con un prologo, bellissimo e suggestivo che racconta la leggenda della Dama che teneva in mano la luce”.
Continuo a parlare, noncurante delle domande asettiche.
“… Ma ci ritroviamo subito ai giorni nostri, in macchina con una fotografa belga, Estelle Moreau, che arriva nella Sardegna sud occidentale per un reportage sulle miniere.
Sembra di percorrere con lei la strada in salita che lascia sulla sinistra la spiaggia di Fontanamare e prosegue, aprendosi sullo spettacolo del mare, che si confonderebbe con il cielo se non fosse per Il faraglione che svetta, tanto imponente e bello da sembrare un’isolotto a sé, un iceberg che emerge dal blu.
Pan di zucchero.
Estelle alloggia a Nebida, presso la Casa
Del Sole, dove Maria, la proprietaria, è una signora di una certa età, accomodante ma allo stesso tempo penetrante e misteriosa.
Basta veramente un attimo perché Estelle rimanga… stregata. Davanti, intorno, dentro Porto Flavia.
E di contro, le pagine diventano specchio accecante di questa magia.
Impossibile staccarne gli occhi, ogni richiamo al reale è un po’ uno strappo doloroso al cuore che perdura fremente finché non riprendi la lettura.
Cuore che batte irregolare, narici che odorano forte la macchia mediterranea, gusto che si bea di sapori forti e insieme freschi, occhi che si riempiono di luci e colori dalle infinite sfumature, troppe, per le sole ventiquattr’ore del giorno.
L’obiettivo di una Nikon che ritrae più di ciò che dovrebbe.
E tu stai lì, e senti tutto intercorrere sotto pelle. Vuoi sapere di Flavia, di Maria, di Estelle… e di Marco.
Marco Ferrara.
Oh, ti innamorerai di lui, te lo dico io”.
“Quindi è un roman…”
“E BASTA! Ti dico io cos’è… è un romanzo pieno di affascinante mistero, sì, si affaccia nella storia, sì, ed è fantastico, sì! Passato e presente convivono in una bellezza unica e brutale, tanta è l’intensità.
E quando leggi ti rendi conto che chi prende in mano foglio e penna, può davvero far sì che tutto sia possibile, dar vita a chi di vita ne aveva un’altra. È incroyable.
È un romanzo che parla di persone, di amore e nostalgia, e parla di casa.
È Sardegna”.
“Ah, ok… quindi… è un gioiello”.
E ci siamo, finalmente.
“Sì, leggilo”.

Della Sardegna è facile amare il mare, i suoi colori: sono talmente potenti da non poterli ignorare. Quello che è difficile scoprire è la sua gente. I sardi parlano una lingua unica, sono orgogliosi e testardi, ironici e fatalisti, con un’innata cortesia che scalda il cuore. La loro storia antica ce l’hanno scavata dentro, come solchi di una montagna.

© Erika Carta





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