La Madonna del Fuoco

La Madonna del Fuoco

In occasione della Madonna del Fuoco, patrona di Forlì, Claudia Aloisi, l’autrice di “Flavia’s End”, racconta per noi la tradizione di questa antica festa.

Il trillo del telefono mi raggiunse uscita dalla doccia. Immaginavo fosse Dan che chiamava da Londra per sapere se ero arrivata e per augurarmi buonanotte. Invece dal microfono uscì la voce mite e dolce impastata di dialetto di mia nonna. Nonna Pina, che aveva poca dimestichezza col cellulare: «T’cì te, babèna
«Sì, nonna, sono io. Sono arrivata poco fa. Vengo a trovarti presto, ti ho portato il tè che ti piace»
La nonna però si lanciò in un lungo discorso, non sempre coerente, ma del quale colsi bene il senso: l’indomani era la festa della patrona della città, la Madonna del Fuoco, e lei desiderava, come ogni anno, andare a visitare l’immagine miracolosa posta in Duomo. Papà si era opposto perché faceva troppo freddo e perché con l’isola pedonale in centro si doveva parcheggiare lontano e lei si sarebbe stancata troppo. Ma, diceva nonna, erano tutte sciocchezze. Lei voleva andarci, come sempre, da 85 anni. E potevo dunque accompagnarla io?
Forse le obiezioni di papà erano sensate. Ma non ebbi cuore di dirle di no. Le dissi che sarei passata a prenderla alle 9, così da avere meno gente attorno e da poter rientrare per pranzo.
Chiusi la comunicazione e, mentre mi frizionavo i capelli bagnati, sospirai. Non partecipavo alla festa della Madonna del Fuoco da ben prima di trasferirmi all’estero: l’ultima volta forse avevo 12 anni, e ci andai sempre su richiesta di nonna Pina, molto devota, che all’epoca abitava ancora in centro storico e visitava chiesa e bancarelle anche più volte durante il giorno.
Non sapevo che effetto mi avrebbe fatto tornarci, ma in fondo ero anche curiosa. Forse era cambiata negli ultimi trent’anni. Finii di sistemarmi, scambiai poche parole con Dan al telefono. E l’ultima vista che colsi prima di mettermi sotto le coperte furono le case vicine, che emergevano dalla nebbia umida: quasi ogni finestra era ornata da un lumino acceso, e la notte splendeva di piccoli punti rossi tremolanti nella vigilia del giorno che ricordava il miracolo avvenuto in città nel 1428.
Il fatto che tanta gente, dopo secoli, si prendesse ancora la pena di segnare la propria casa con quei lumini come devozione riusciva per una volta a farmi mettere da parte i pensieri razionali e cinici. Mi faceva pensare che fosse il modo semplice, ma genuino, con cui tante persone di buona volontà riconoscevano la loro fede in un Dio buono e pietoso, e affidavano la loro lettura della realtà alla speranza di un significato più grande. Di colpo non mi pesò più aver promesso di accompagnare la nonna, e dormii serena.

La mattina del 4 febbraio era fredda e grigia. D’altronde non ricordavo una festa della Madonna del Fuoco con il sole. Per lo più la associavo al freddo del cielo grigio, a volte anche alla neve spazzata dal vento. Suonai al campanello di casa della nonna, pronta a offrirmi di aiutarla a scendere le scale, ma lei mi rispose che stava arrivando.
In pochi minuti mi raggiunse nel portone. Fu bello vedere il suo sguardo buono, il suo sorriso dolce e un po’ malinconico. E mi provocò lo stesso brivido di bambina posare un bacio su quelle guance incredibilmente lisce e morbide, che profumavano sempre di crema Venus. Le rivolsi un saluto sussurrato, in risposta arrivò una carezza un po’ schiva, ma sincera.
Usammo il viaggio in macchina fino al parcheggio per raccontarci le cose più importanti degli ultimi sei mesi, tanto era che non ci vedevamo. Il bello, con la nonna, era che anche lei si confidava con me come fosse un’amica coetanea. Posteggiata l’auto, scendemmo. Quindi nonna Pina mi infilò la mano sotto il braccio e si diresse decisa verso Corso Garibaldi. E non si capiva chi scortasse l’altra.
All’avvicinarci, mi accorsi del confuso vociare che veniva dalla strada. E come svoltammo, ci trovammo già in mezzo alla gente, nonostante l’ora e la nebbiolina persistente che confondeva i contorni e pioveva in minuscoli spilli sulla pelle. Fu frastornante. Le bancarelle riempivano quasi metà carreggiata, mentre la gente che passeggiava occupava il resto dello spazio. Alcune esposizioni catturavano l’attenzione più di altre, per esempio quella in cui un abile imbonitore magnificava ad uso delle casalinghe un fantastico coltello con cui si poteva tagliare e tritare di tutto, dalla cipolla alle reti di alluminio.
Passammo oltre senza che la nonna mostrasse particolare curiosità o si domandasse a cosa servisse tagliare l’alluminio. Io invece fui attratta, come da piccola, dalla bancarella che vendeva conchiglie: sapevo che erano di dubbia provenienza, sospettavo che alcune fossero addirittura colorate artificialmente; eppure non potevo fare a meno di incantarmi davanti a quelle forme che ripetevano rigorosi schemi matematici anche laddove creavano trine leggere. La nonna mi tirò appena per il braccio, era impaziente. Scostai una fila di denti di squalo appesi a uno spago e mi infilai di nuovo docile nella ressa. Poco più avanti ci raggiunse una zaffata dolce di croccante e zucchero filato, mescolata a quella dello stand successivo, dove già cuocevano le cipolle che sarebbero finite insieme alla salsiccia dentro la piada calda. Il contrasto era disgustoso e accelerammo.
Intanto la nonna parlava, raccontava dei suoi acciacchi e riportava certi aneddoti su amiche e parenti che io a stento sapevo chi fossero. Molte delle sue parole andavano perse nella confusione, ma non importava. Sapevo che le faceva piacere raccontare, e che io comunque fossi lì con lei. Stavamo arrivando alla meta, e oltrepassate le bancarelle di vestiti e scarpe, sbucammo in Piazza del Duomo. L’area era dominata da un’alta colonna di marmo bianco, con in cima una seicentesca Madonna col Bambino. Sull’inferriata che ne proteggeva il basamento erano appesi tantissimi disegni, che gli alunni delle scuole elementari portavano lì la domenica prima della festa, nella tradizionale “Fiorita dei bambini”. Mi intenerì vedere quei fogli, pieni di colori e speranze e sogni dell’età in cui è più semplice credere e affidarsi.
«T’a t’arcord quand t’era znìna? T’al faseva nenca te!»
Non era vero, io non avevo mai partecipato a una Fiorita, forse la nonna mi confondeva con qualche cugina, ma non importava. Le dissi che ricordavo e in quell’istante avrei voluto ricordare davvero.
Finalmente entrammo nella Chiesa principale della città, dedicata alla Santa Croce anche se per tutti era semplicemente il Duomo. Le tre navate ottocentesche erano un tripudio di ori, marmo, fiori, e folla. Dall’altare saliva odore di incenso, che mi faceva prudere il naso. Stavano celebrando la Messa, i fedeli cantavano “Di vivida fiamma”, tradizionale preghiera alla Vergine del Fuoco. Detestavo quel brano, così naif e sentimentale. Ma sopportai, mentre la nonna si era fermata in fondo alla navata, estatica. Attesi finché fu lei a riprendermi a braccetto e a guidarmi alla cappella laterale nella navata di sinistra, dove era collocata l’immagine miracolosa.
C’era tanta gente e fummo costrette a fare un po’ di coda.
«Sei stanca, nonna?» le chiesi all’orecchio, rimanendo colpita dal familiare odore di canfora e rosa che emanava dal suo berretto di lana fatto a mano.
«No, babèna. A’n so straca»
Passo dopo passo, guadagnammo la cappella laterale. Lì, nello sfavillio di candele e lumini, avvolta di rose rosse, c’era la patrona della città.
La nonna si inginocchiò alla balaustra del presbiterio per pregare, e io guardai l’antica xilografia circondata da una barocca cornice d’argento. Il contrasto non mi piaceva, il quadro aveva una meravigliosa sobrietà di tratto, di colori, di gestualità. Mi ero sempre chiesta perché la Chiesa appesantisse e sovraccaricasse ciò che era già di per sé pieno di significato. L’immagine, tutta nei toni dell’ocra e del sabbia, ritraeva la Madonna col Bambino in braccio tra il sole e la luna: lei teneva il capo leggermente piegato verso il piccolo Gesù, che a sua volta si aggrappava al lembo della veste della madre. Se si fossero ignorate le aureole e la corona gigliata di Maria (cosa che peraltro mi riusciva facilissima), sarebbero stati una madre e un bambino qualunque, di seicento anni fa, come di duemila, come di oggi o come fra un secolo. E non importava che nella xilografia, attorno alle due figure principali, fosse ritratta una miriade di personaggi collaterali, santi, vescovi, apostoli, angeli. Il centro era una madre amorevole col suo bambino. La salvezza del mondo.
La nonna si alzò, più faticosamente di quanto l’avessi mai vista fare, e d’istinto la sorressi. Sospirò, forse di sollievo, poi mi disse: «Manca una tappa, lo sai»
Lo sapevo. Ed era la parte che mi piaceva di più in quel rituale che stavo riscoprendo da adulta.
Ci incamminammo a fatica e, una volta fuori, anche il freddo umido della nebbia fu piacevole in contrasto con il caldo del Duomo affollato.
La Chiesina del Miracolo, chiamata da tutti così, era in un vicolo vicino al Duomo, ma quasi nessuno ci andava. Sospettavo che i cittadini più giovani nemmeno sapessero dov’era e cosa fosse, anche perché per il resto dell’anno era sempre chiusa, e la sua facciata piccola, sobria, appena semicircolare, si confondeva con le case circostanti, a meno di non alzare la testa e notare così la scritta AVE MARIA sul frontone e un minuscolo, tozzo campanile sulla sinistra.
Lì avvenne il miracolo, e all’epoca era la scuola di pittura di Mastro Lombardino da Riopetroso: nella notte fra il 3 e il 4 febbraio 1428, divampò un furioso incendio, causato dall’imprudenza di chi non aveva spento bene il focolare, ma sicuramente alimentato dagli olii e dai pigmenti presenti nella stanza. Le cronache del tempo, che ogni bravo bambino qui ha letto e sentito raccontare almeno cento volte tra asilo, elementari e catechismo, riportano che si vedevano da lontano nella notte i bagliori del fuoco e che i cittadini impiegarono giorni per domare l’incendio, passandosi secchi d’acqua in una lunga catena umana dai canali che a quel tempo attraversavano ancora il centro. E quando finalmente poterono avvicinarsi alle macerie annerite e fumiganti, prodigio! Sulle travi bruciate e sulla cenere grondante acqua, svettava un disegno, un’immagine sacra dipinta su carta e fissata a una tavoletta di legno, intatta. Lo stupore fu tanto e tale, che l’evento fu subito chiamato miracolo; nel giro di pochissimo il dipinto venne trasferito nella Chiesa principale e, per la spontanea devozione popolare, la Madonna del Fuoco assurse al ruolo di Patrona della città.
Erano anni che non ripensavo a quell’evento. E dovevo riconoscere che, di tutti i momenti di questa nostra festa, la visita alla Chiesina del Miracolo era quello che mi piaceva di più.
Amavo questa graziosa cappella a pianta centrale, alla quale è ancora possibile sovrapporre con la fantasia la struttura lineare di un’aula di scuola. E colpiva sempre la mia sensibilità la consapevolezza che su quel terreno un tempo era divampato un furioso rogo. Anche se erano trascorsi secoli, per me era rimasta quell’impronta del passato, e la percepivo anche adesso.
Era lì che mi piaceva di più stare, lontano dalla confusione, dalle bancarelle, e dal fasto. La nonna sembrava saperlo, e mi lasciò in pace. Si era seduta su una sedia e chiacchierava con un’altra anziana, forse una sua conoscente, o forse no.
Quando mi decisi a scuotermi, mi avvicinai di nuovo a lei. «Andiamo?» dissi.
Ma lei mi sorrise, arricciando le guance e facendo emergere ancora una piccola fossetta a sinistra, come nelle rare foto di ragazza. «Ti stavi dimenticando questa!»
Aprì la borsa che teneva al braccio e ne tirò fuori un involto fatto col tovagliolo. E già nell’intuire cosa contenesse, sentii il volto allargarsi nel sorriso. La piadina della Madonna!
Guardai quella focaccetta ovale, punteggiata di semi di anice e cosparsa di zucchero semolato. La presi tra le mani come una reliquia – e forse era davvero la reliquia della mia infanzia. Ne staccai un pezzetto, era ancora soffice, morbida come la ricordavo. Lo misi in bocca. Fui avvolta da un sapore di lievito, pane e burro, appena aromatizzato dall’anice. Ma era anche il sapore delle domeniche a pranzo dai nonni con tutta la famiglia, dei giorni d’estate quando il nonno preparava i peperoni sottaceto che adorava, dei pomeriggi passati a studiare da loro per stare in pace. Dei racconti della loro vita da contadini, e della guerra, e delle fatiche di una famiglia semplice trasferita in città per migliorare il futuro dei figli.
Fu difficile trattenere le lacrime. Ma non tutte le lacrime fanno male, alcune fanno bene. Così mi abbandonai a quell’insieme di ricordi che formavano le mie radici, l’inizio della mia storia. Fu uno di quei rari e meravigliosi istanti in cui si avverte che tutto ha un senso e un ordine.
Fui io a girarmi verso la nonna, perché ormai ero pronta ad andare, rasserenata e fortificata.
Sembrava che lei lo sapesse, perché si alzò, fece un rapido segno della croce, poi uscendo di nuovo con me nella nebbiolina mi disse: «Adesso capisci perché non rinuncio mai a venire qui?»
Adesso lo capivo. Mi strinsi a lei.
«Al prossimo anno, nonna!»

© Claudia Aloisi

Giorno della Memoria della SHOAH

Giorno della Memoria della SHOAH

Il 27 gennaio, Giorno della Memoria della Shoah, Argonautilus e Fiera del Libro invitano la cittadinanza a partecipare a un incontro di riflessione e approfondimento storico filosofico a cura della professoressa Federica Musu, ispirato dal libro di Hannah Arendt “La banalità del male” (Feltrinelli).

Appuntamento lunedì 27 gennaio 2020 ore 18:00 presso Sede di Argonautilus, Piazza San Francesco (ex scuole maschili) Iglesias.

Convocazione Assemblea Soci Febbraio 2020

Si comunica con la presente la convocazione dell’Assemblea dei Soci ArgoNautilus per il giorno: 
04/02/2020ore 16:30  in prima convocazione 
05/02/2020ore 16.30 in seconda convocazione
presso Sede ArgoNautilus Iglesias
con il seguente ordine del giorno:

  • Discussione bilancio di previsione anno 2020; 
  • Progettazione Anno 2020
  • Approvazione dei programmi/progetti da realizzare nel 2020
  • Fiera del Libro di Iglesias e FieraOFF 2020 “La Parola crea Mondi”
  • Varie ed eventuali
Un libro in comune

Un libro in comune

Nasce “Un libro in Comune”, nuovo progetto dell’Associazione Argonautilus per la promozione del libro e della lettura che vedrà come destinatari d’elezione gli operatori dei sistemi bibliotecari.
La formula è semplice e consta di tre elementi fondamentali:
un incontro formativo organizzato in biblioteca con gli operatori del settore;
un libro, scelto dall’Associazione Argonautilus
l’autore dell’opera, per rendere l’occasione ancora più ricca di contenuti e interattiva.

L’evento sarà aperto al pubblico.

Durante l’incontro un referente dell’Associazione Argonautilus racconterà il libro, con elementi relativi alla trama, alla struttura, alla scrittura; dettagli relativi all’Autore e alla sua produzione e alla Casa Editrice; aspetti del libro che esulano dalla trama ma possono essere rilevanti per un potenziale fruitore della Biblioteca.
Al termine di questa prima fase ce ne sarà una seconda, dedicata all’interazione e al dibattito che coinvolgerà tutti i presenti.

Il libro sarà quindi donato alla Biblioteca, ed entrerà così tra le possibili scelte dell’utenza.

Il risultato che l’iniziativa si prefigge va ben oltre l’atto di donazione del libro. Il personale della Biblioteca avrà di fatto partecipato a un evento qualificante, che rimarrà tra le competenze acquisite.
Anche l’eventuale pubblico presente avrà avuto la possibilità di partecipare a un evento che genera crescita delle competenze culturali, e stimola l’interazione con la Biblioteca e il piacere per la lettura.

Inoltre: gli utenti della Biblioteca, saranno informati dell’arrivo di un nuovo libro e potranno contare sulla conoscenza approfondita dello stesso da parte del personale della biblioteca.

All’evento potrà essere presente una libreria per dare possibilità, a chi ne avesse intenzione, di acquistare il libro.

Il progetto rientra nella #FieraOFF della Fiera del Libro – Iglesias, in linea con gli obiettivi che da sempre si propone:

  • il coinvolgimento di Amministratori, Autori, Librai, Bibliotecari, Insegnanti, Alunni e Cittadini in un sistema in cui l’associazione Argonautilus svolge il ruolo che compete alle associazioni del terzo settore, ovvero punto nevralgico di una rete e catalizzatore di cultura su tutto il territorio;
  • la formazione di bibliotecari e conseguentemente dei lettori, sul prodotto editoriale ai fini della diffusione del libro e della lettura;
  • l’acquisizione da parte della Biblioteca di prodotti editoriali di buona qualità;
  • la creazione di un legame tra tutti i soggetti coinvolti attraverso un libro che diventerà alla fine dell’evento patrimonio culturale in comune.

L’appuntamento pilota per “Un libro in comune” si terrà alla Biblioteca Civica Don Milani di Falchera, Torino, e il libro scelto per questo primo appuntamento sarà: “Breve storia della letteratura gialla” di Eleonora Carta per Graphe.it editore.
L’evento è in collaborazione con Biblioteche Civiche Torinesi e con il Circolo Sardo Sant’Efisio di Falchera, che sarà nell’occasione rappresentato da Matteo Mereu. Con la partecipazione della Libreria Il Ponte sulla Dora.

Convocazione Assemblea dei Soci – Novembre 2019

Si comunica con la presente la convocazione dell’Assemblea dei Soci ArgoNautilus per il giorno: 
martedì 05/11/2019 ore 16:30  in prima convocazione 
sabato 09/11/2019 ore 16.30 in seconda convocazione
presso Sede ArgoNautilus Iglesias con il seguente ordine del giorno:

  • Discussione sul documento di rendiconto economico finanziario e dei relativi allegati per l’annualità 2019; 
  • Analisi dell’anno di lavoro 2019 e prospettive per il 2020
  • Approvazione dei programmi/progetti da realizzare nel 2020
  • Fiera del Libro di Iglesias e FieraOFF 2020 “La Parola crea Mondi”
  • Destinazione quote sociali
  • Gestione social media, ufficio stampa
  • Varie ed eventuali
L’isola delle anime

L’isola delle anime

La parola amuleto che mi hanno lasciato è: Ali.
Ha un suono bellissimo e così tante sfaccettature che però mi fanno pensare subito a due cose.
I sogni. E i libri.
Ed è su queste ali che ho viaggiato, ancora una volta, tra le parole di Piergiorgio Pulixi.
Ho volato alto nel cielo turchese e blu notte, ho sentito la salsedine sulla pelle e gli odori forti di macchia mediterranea. Sono entrata dentro una Sardegna di cui ho solo conoscenze marginali, come fossero leggende, riscoprendone ancora un volto nuovo, un’anima profondamente marcata in ogni suo confine.
Ho provato inquietudine.

“Non crede che sia proprio questo che la letteratura deve fare, inquietare?”
Antonio Tabucchi in Requiem.

L’isola delle anime, edito da Rizzoli.
Piergiorgio Pulixi, con magistrale bravura, riesce sempre a lasciare la sua di anima ai margini, prediligendo quella dello scrittore. Di colui che ascolta e raccoglie storie e senza giudizio dà voce a personaggi che diventano chiaramente reali, e raccontano.
Un romanzo, questo, intriso di femminilità con due figure quasi opposte, punti fermi e contrastanti ma allo stesso tempo complementari.
Mara Rais ed Eva Croce, due donne che vanno avanti, prendono decisioni difficili e importanti, riescono con forza e fragilità a sovrastare maledizioni antiche e nuove.
Morendo Barrali, un uomo che la maledizione ce l’ha dentro e lotta per venirne fuori.
E poi… i Ladu della montagna. Un popolo dentro il popolo, una comunità di persone legate visceralmente alla terra e ad ogni suo elemento. Difficile fino alla fine comprendere se questa è una storia che corre parallela o affonda nelle altre.

Piergiorgio Pulixi è stato ospite nella serata di ieri, alla Storytelling Libreria sala da tè di Gonnesa, abilmente allestita ad hoc per l’occasione, con la riproduzione della scrivania di Moreno Barrali e una cartina della Sardegna appesa in parete.
Ad accompagnare la narrazione, Eleonora, libraia e Federica, argonauta, entrambe con passione.
E il pubblico curioso e coinvolto, anime di lettori.

Questa sera, si replica a Iglesias, dove a ospitarci saranno Stefania e Antonella della libreria Mondadori.

Appuntamenti di imperdibile ricchezza.