Q.B. – Recensione

Q.B. – Recensione

Q.B., il libro di Matteo Colombo, edito Unicopli, dall’essenziale copertina color cielo, è un giallo.

Eh sì.

Ma per quanto ci si sforzi di catalogare un romanzo in monocromie obsolete, si può certo dire che queste pagine emanano una vasta gamma di colori. E profumi, e suoni. 

Mi piacciono i thriller che parlano di tutt’altro, dove l’attenzione cola tra i dettagli della vita quotidiana e le sfumature di pensiero.

Q.B. parla di cibo. O meglio, racconta attraverso il cibo.

“Ho iniziato a guardare gli spaghetti al pomodoro come alla quintessenza della nostra arte. In un piatto fondo, fumanti, col sentore mediterraneo che sprigionano, sono un’irresistibile visione”.

Abilissimo gioco, il titolo: Quinto Botero, chef, o come preferirebbe lui, cuoco, proprietario del Beckett. Ristorante con due stelle Michelin dove un giovane apprendista, arrivato da pochi giorni nella brigata di cucina, viene  trovato morto assassinato nella cella frigorifera.  

Quanto Basta per aprire un’indagine e stuzzicare l’appetito del lettore con tutti gli ingredienti del noir. 

Scrittura affascinante, precisa e accurata, che non si perde in fronzoli e va dritta al sodo. Schietta e sagace, in grado di strappare quel sorriso amaro che tante volte esperiamo nella vita. 

Ogni personaggio, principale o secondario, è descritto con dovizia di particolari, in poche, efficaci parole.

“È un giovane, aspirante chef che assomiglia a Marcello Mastroianni. È un terrone. È perspicace e colto. È dove il mare luccica e tira forte il vento”.

E nonostante la morte aleggi tra le righe, Q.B. è un romanzo accogliente, come la sala di un ristorante quando si nutre il bisogno di “mangiare fuori” ma allo stesso tempo ci si sente come “a casa”. 

“Perché un Cameriere maiuscolo è come un massaggio ayurveduico, rende il cosmo una casa docile e accogliente”.

©Erika

Convocazione Assemblea Straordinaria 27/10/20

Per il giorno 27 ottobre presso la Sede di Argonautilus di Piazza San Francesco, Iglesias, è convocata Assemblea Straordinaria dei Soci dell’Associazione Argonautilus per discutere delle modifiche statutarie imposte dalla Legge di Riforma del Terzo Settore.
In caso di misure restrittive alla circolazione imposte dall’emergenza COVID-19 si procederà mediante riunione in modalità remoto da WEB.

La Parola crea Mondi

di Erika Carta

5 ottobre 2020: siamo di nuovo in cerchio, distanti e mascherati a parlare di Fiera del Libro di Iglesias.
Quella incredibilmente trascorsa e quella che verrà.
La sede di Argonautilus, che si affaccia sul chiostro di San Francesco, accoglie e raccoglie le nostre fatiche, le autocritiche e i pensieri: semenza da spargere in questo terreno rinnovato, fruttuoso sotto tanto punti di vista, fertile.
“Ce l’abbiamo fatta”.
È da cinque anni che, arrivati più o meno indenni al quinto giorno, ce lo diciamo. Perché fa bene.
Fa bene come guardare i miei compagni di viaggio negli occhi, ora più che mai in risalto sui volti, e vederci uno specchio di sentimenti affini: le stesse domande, perplessità e preoccupazioni. E l’immancabile luce della voglia di fare, ancora. Sopra ogni altra cosa.
Continuare a Esserci.

30 Settembre 2020, due giorni di PreFiera appena conclusi.
“Ragazzi, domani alle 8:30 in Piazza Pichi”.
Musica per le orecchie. So già che non dormirò abbastanza da arrivare fresca e riposata. Ma chi se ne importa.
È 1 Ottobre ed è come se fosse 22 Aprile.
Piazza Pichi comincia a svegliarsi in questa mattina dal tempo incerto, sotto un tiepido sole. Si anima degli anni passati, di ricordi affollati.
Viva, nonostante.
Prendiamo posto tra i tavoli dell’Electra Cafè Letterario, cauti, per la prima Colazione d’Autore (un nome che non smetterà mai di affascinarmi).
Inizia la Fiera del Libro di Iglesias 2020.
Contingentata, è vero. Ma la cultura ha lo straordinario potere di resistere, plasmarsi alle necessità e reinventarsi, pur di andare avanti e coinvolgere.
“La Parola Crea Mondi”.
Suggestivo per chi di parole, ne fa schermo e tesoro.
Spunto di discussioni incrociate, ricerca di significati; un tema che, come ogni anno, viene smembrato, riassemblato, posto con attenzione sotto una lente di ingrandimento, sviscerato in ogni sua possibile prospettiva di riflessione.
Una Fiera di spessore, comunque ricca di eventi, che avanza di livello, cresce.
Tra le novità di quest’anno, gli appuntamenti in Radio Arcobaleno per Radio Fiera e le
Dirette Web, che diffondere e rendere quanto più fruibile… non fa mai male.
Le quattro Masterclass di formazione gratuite, una per ogni giornata, che hanno esplorato il tema da diverse angolazioni: lettura e scrittura; scienza e informatica; parole dal Medioevo legate alla città, al Breve di Villa di Chiesa; giornalismo di inchiesta, associato al Premio Morrione.
E che per un momento mi hanno fatto pensare: “Voglio esserci! Mimetizzarmi tra i partecipanti, smettere gli abiti da argonauta e godere di ciò che creiamo!”
Ma no. Ormai è la mia seconda pelle.
Stare dietro le quinte di tutto questo è uno dei più bei regali che mi sia presa dalla vita.

Parole condivise tra Sindaci e Assessori alla Cultura dei Comuni partner per un tempo delicato come quello con cui ci troviamo a convivere.
Mostre che illustrano la bellezza del mondo del Graphic Novel; la Casa degli Autori in Fiera; i Librai Fantastici; Alta Voce; il progetto delle Biblioteche Possibili; Tavoli Tecnici sull’editoria, sul “fare rete”: area di interesse per diversi soggetti del settore; doni inaspettati da chi come noi ci crede e si sente parte integrante.
Festival gemelli sempre attivi con impegno e sinergia; ospiti importanti che hanno diligentemente riempito la Piazza del Municipio e il Teatro Electra, sotto il meticoloso sguardo e il prezioso lavoro di un super Staff.
Piccolo grande spazio, sul palco del Teatro Electra per parlare dell’Argo Circolo Letterario e dei suoi gruppi di lettura, In Libro Veritas e Fantadìa.
Che quando dico “regalo”, non sono mai stata così seria. E se parlo di riconoscenza, intendo a tutto tondo. Verso la mia compagna di avventure Sara, verso Argonautilus.
Grazie. Ai bambini e ai lettori senza i quali tutto questo non avrebbe senso di esistere, ai libri, alle parole.
A me stessa.
Impossibile, alla fine di tutto, non provare soddisfazione per un lavoro ben svolto, non senza fatica.
Ma è riduttivo. La verità è che io provo gioia pura. La Fiera del Libro di Iglesias è da sempre la mia fonte di ricarica energetica, Argonautilus la nave sulla quale son salpata e da cui non ho intenzione di scendere.
Per mare, per cielo e terra, tante volte in ginocchio o sorvolando gli ostacoli: l’importante è andare.

“Se viaggia, Enea lo fa per arrivare a fermarsi. E per, finalmente, costruire. Anzi per ricostruire.
[…] è la serietà a guidare la mano nel suo lento ricostruire”.

La lezione di Enea, Andrea Marcolongo

fieralibroiglesias

Le Janas di Montevecchio

di Claudia Aloisi

Ci sono incontri che segnano, momenti che restano nel cuore e non si sa spiegarne il motivo. La presentazione della professoressa Iride Peis Concas con il suo “Le Janas di Montevecchio” è stato uno di questi incontri, uno di questi momenti.

Nella bella cornice di Piazza Municipio a Iglesias domenica 4 ottobre abbiamo ascoltato i racconti sulle janas, le leggendarie fate sarde, creature antiche e misteriose, dispensatrici di fortuna, ma anche permalose e talvolta temibili.

Una raccolta di storie, corredata da splendide tavole dipinte, che ha incantato per lo spazio di un’ora, lasciando in chi ascoltava la nostalgia di un mondo passato ma ancora vivo. Abbiamo assaporato il potere della parola che evoca l’essere umano nelle sue vicende di amore, morte, vita. Abbiamo scoperto un’eredità preziosa che si snoda nel tempo, e che va consegnata anche ai più giovani perché non si perda. Abbiamo colto la forza che attraversa l’esistenza e che anche nel dolore più duro consente di continuare.

Se davvero le janas esistono e talvolta si avventurano tra noi, Iride Peis Concas è una di loro: con grazia ammaliante ha tessuto storie preziose, piacevoli, commoventi. E non avremmo voluto smettere mai di ascoltare.

La parola crea mondi: anche fatati, ma antichi e veri come l’uomo.

“Parola d’ordine: fare Rete”

di Claudia Aloisi

Sabato 3 ottobre il Teatro Electra di Iglesias ha ospitato un evento di grande valore per chi mette la cultura al centro del suo progetto lavorativo e di vita. Sul palco gli ospiti Marco Belli, Matteo Colombo, Alessandro Cauli, Francesca Spanu, e in collegamento da Barcellona Cecilia Ricciarelli e da Torino Rocco Pinto.
Gli intervenuti avevano in comune il fatto di essere portatori di un’esperienza significativa nella direzione di riviste e associazioni culturali, e nell’organizzazione di eventi letterari, come il Festival Letterario del Monreale ed Elba Book Festival (che proprio con la Fiera del Libro di Iglesias e il Festival Giallo Garda ha dato vita a #PYM rete di Fiere e Festival).
È stato un momento di forte condivisione, dal quale è emerso che mettere in comune le competenze non genera rivalità, ma arricchimento. Allargando gli orizzonti dei contatti e delle conoscenze si scoprono i frutti delle diverse esperienze maturate e, come in un grande brainstorming collettivo, nascono nuove idee e possibilità.
Questo circolo virtuoso è paragonabile a una rete, che si può allargare all’infinito e che diffonde i suoi benefici effetti attorno, sempre all’insegna della competenza, della professionalità e dell’amore per la cultura. Perché è un patrimonio è universale e non può venire soffocata dagli egoismi miopi dettati da politica, economia, o mode del momento.
Un’altra importante lezione alla Fiera del Libro di Iglesias: “la parola crea mondi”, e anche relazioni.

Leggere parole dal Medioevo

di Claudia Aloisi

Sabato 3 ottobre, dieci del mattino, Teatro Electra di Iglesias.
Con la dottoressa Daniela Aretino il tema della Fiera del Libro, “La parola crea mondi”, si riveste di Storia.
In una masterclass di quasi tre ore intense e appassionate, la Daniela ha illustrato il celebre “Breve di Villa di Chiesa”, documento storico di eccezionale importanza che racchiude in quattro libri le leggi e le norme in vigore a Iglesias almeno dal 1327.
L’allusivo sottotitolo del corso, “Leggere parole del Medioevo”, giocando sugli omografi “lèggere e leggère”, ha suggerito la possibilità di restituire connotati più lievi, e forse più realistici, a quel periodo maltrattato e talvolta frainteso che è il Medioevo.
Nel cuore della masterclass, le parole: metterle al centro come specchio di vita, analizzarle e capirne origine e significati, intuire il sostrato culturale di chi le utilizzava. Sulle parole, e con le parole, si è anche giocato, in quel misto di levità e cura che appartiene a chi ama profondamente il suo lavoro ed è capace di trasmetterlo.
La dottoressa Aretino è entrata con grazia nei dettagli dell’etimologia e dell’uso di numerosi termini presenti nel Breve nei diversi ambiti giuridici: dai crimini, alle regole del commercio, alla vita in miniera.
Da questo attento esame della lingua tra presunto pisano, sardo, latino e persino antico tedesco, sono emerse alcune evidenze interessanti: in primo luogo la “modernità” delle norme citate, che mostrano attenzione alla realtà del territorio e un insospettabile, attualissimo senso civico. Ma soprattutto questo studio delle parole ci restituisce in modo vivido la temperie storica, sociale ed emotiva degli uomini di sette secoli fa: magaluffo era la mancia dovuta all’incantatore di aste, ombraco la tettoia, derratale un’unità di misura per il vino, guelco il capo della fonderia.
E pareva quasi di vederli, questi uomini, passeggiare per Villa di Chiesa, alle prese con le loro beghe quotidiane, i loro crucci e le loro soddisfazioni. Come se, ripetendo quelle sillabe, quei suoni antichi, potessimo far rivivere ciò che le persone di quel tempo sperimentavano e provavano.
Ancora una prova, se fosse necessaria, che “la parola crea mondi”: anche quelli passati.

IL CACCIATORE DI CORSARI – Recensione

Riconducibile al genere del romanzo storico, “Il cacciatore di corsari” di Vindice Lecis, edito da Nutrimenti Mare, è molto di più.


Il titolo suggerisce un protagonista ed in realtà Pero Niño, giovane e valoroso cavaliere, inviato dal re Enrico di Castiglia a “spazzare via quella schiuma dei mari”, costituita da pirati e corsari, è il personaggio attorno al quale ruotano diverse vicende. Ma non è tutto.


Nel romanzo vi sono altri indiscussi protagonisti: i corsari (spesso indistinguibili dai pirati), il mare e soprattutto la Sardegna.
La vicenda, che si colloca in un periodo di grandi cambiamenti ed eventi importanti a livello europeo, si dipana tra la Sardegna e le coste di: Corsica, Africa settentrionale, Spagna e Francia, Maiorca, fino al golfo
di Biscaglia ed al canale della Manica. Ma la Sardegna resta al centro, al centro di un Mediterraneo vivissimo, a volte terribile, inquieto e
ribollente di vita pirata e corsara, con tutte le conseguenze sulla vita nella terraferma.


Con un omaggio all’intelligenza del lettore la vicenda, che si svolge nell’arco di 23 anni, comincia “in medias
res” nel 1404, per poi riportarci indietro al 1383, alle vicende finali dell’ultimo giudicato della Sardegna,
con personaggi del calibro di Mariano, Ugone e la giudicessa Eleonora.
Storia e fantasia sono inscindibilmente legate: aragonesi e castigliani, ma anche beduini ed inglesi e poi
Oristano, Alghero, Bosa, Terranova, Sassari, Castel di Cagliari, Longosardo, Castelgenovese.
Pronti a salpare? Leviamo l’àncora e…vento in poppa!

PIANI INCLINATI – Recensione

Davanti a un buon libro il lettore si fa viandante presso sentieri sconosciuti, immerso in un viaggio di cui non immagina la destinazione.

Leggere questo però, come suggerisce il titolo, “Piani inclinati”, è stato esattamente un lento scivolare.

Inesorabile attrazione verso la profondità della terra, casa di questa storia. 

Eleonora Carta ci parla della Sardegna, della sua natura policroma, senza mai cadere nel banale, nei fermi immagine tipici e scontati di chi si approccia a raccontarne.

La sua è una descrizione in movimento che ti fa sentire sulla pelle l’afa, l’aria chiusa e diffidente dei paesi dell’entroterra; la libertà sconfinata e insidiosa che solo un’immensa distesa d’acqua cobalto può regalare; l’apparente, antica immobilità delle pietre e il refrigerio degli alberi che fanno ombra mentre si sale in alto, verso la montagna.

Più in fretta di quanto si fosse accorto, il fresco del mattino, che profumava di sottobosco, si era dissolto nella calura del giorno. La temperatura era salita in poche ore di dieci gradi. E adesso assaporava il modo in cui il respiro degli alberi spezzava l’afa, in folate che profumavano di umidità profonde e antiche”.

Il cambio repentino di ogni scenario e insieme la lentezza nell’attraversare ognuno di essi.

Terra viva, magica, ricca di suggestioni.

Un’essenza antica, che portava a pensare all’isola come a una grande dea adagiata al Mediterraneo, un po’ madre e un po’ matrigna, vicina e distante, capace di abbracciare e scaraventare nell’abisso”. 

Inevitabile, poi, gravitare dentro gli intricati e complessi abissi della mente umana. 

“Piani inclinati” è un giallo che vede le Forze dell’Ordine dispiegate nelle indagini per rapimento di minori. 

Vicenda che fa da scheletro; filo conduttore tra le pagine ma che, in qualche modo, viene lasciata magistralmente ai bordi dall’autrice.

Eleonora Carta, infatti, predilige indagare la vita interiore dei suoi personaggi con una sensibilità schietta, senza inibizione. 

Linda De Falco è il maggiore del ROS di Roma, donna tutta d’un pezzo, forte della sua corazza costruita ad hoc per poter vivere in un ambiente del genere, prettamente maschile, e avere a che fare con le brutture che tante volte il lavoro le impone. 

Ma ancora, la caratterizzazione del personaggio non si ferma a questo cliché.

È la vita di Linda a scorrere tra le pagine, ammaliante perché spogliata da qualunque omissione o falsità, come solo una scrittura introspettiva può concedere.

Tutto era diventato un tornare. Qualsiasi cosa facesse, era tornare. Era ridurre il tempo che mancava. Non lo avrebbe mai confessato, nemmeno a se stessa, probabilmente. Resisteva tenacemente, fingeva di non essersi arresa, di essere solida e determinata, inattaccabile nella sua forza, ricca di un mondo interiore che non intendeva comunicare perché non aveva bisogno di farlo, tanta era la sua pienezza. Non era vero. Era una recita, la sua. Era sola. E terrorizzata. Da anni ormai”.

E con queste premesse, viene naturale entrare in empatia con Linda. Comprenderla, capire perché instaura con il rapitore un contatto viscerale. 

Non si tratta più semplicemente di bene e male, di buono e cattivo, vittima e carnefice.

La linea di demarcazione è talmente sottile e fragile, da sembrare una lastra di vetro, dove a specchiarsi è il buio di entrambi. 

Linda De Falco conosceva bene le cose da cui non si può tornare indietro. Capire quanto irreversibile fosse quel passaggio, costava a chi ne era capace, grande tormento, energie, capacità di fidarsi ancora della vita. La ricompensa per esserci riusciti era la conquista di un nuovo vuoto immenso che niente avrebbe mai più potuto riempire. Per questo era tanto facile lasciarsi andare al dolore, o alla follia.”

Non ci sarebbe barlume di luce, se non fosse per Daniele Fois, ispettore del Corpo Forestale. 

Uomo ponderato e sincero, libero e buono come sa esserlo la natura della sua terra, ma non per questo privo delle sue oscurità. 

Perché è vero, guardare dentro il buio di un abisso una volta, può far perdere l’equilibrio. E da quel momento diventa un implacabile ruzzolare giù, trascinare in fondo ciò o chi si incontra sul proprio cammino. Continuare a cadere insieme. 

Ma ci sarà sempre un appiglio. Una mano forte, pronta ad afferrare, ad arrestare la caduta in profondità, a stringere in una morsa di speranza. 

Un romanzo che esplora l’isola e l’indicibile, alternando respiri corti a respiri lunghi e sciogliendo sul finale il grumo di tensione accumulata.

ERA

Sul finire dell’estate di quell’anno ci incontrammo per la prima volta.
Era il 2016.
Ci vedemmo di sfuggita, io ero arrivato da poco sull’isola, avevo sei anni.
Correvo sulla battigia in costume, con i capelli castani lunghi e disordinati e le
gambe bianche e smilze, sollevando spruzzi d’acqua e schiuma bianca, sabbia
d’oro e risa.
Sullo sfondo si stagliavano alcune villette, una maestosa torre antica, il faro e molte
rocce sedimentarie.
Venivo dalla città ma nemmeno i miei genitori o gli zii sapevano spiegarsi il perché
di quel legame che sentivo con il mare.
Un richiamo tanto forte che mi veniva da dentro e si agitava tutto negli inverni freddi che passavo a casa, affacciato alla finestra per scrutare un orizzonte che non c’era.
Ora, gorgogliava. E il mio sguardo nocciola sottile non riusciva nemmeno a pensare
di acchiapparlo tutto.
“Ma perché mai dovresti volerlo catturare?”
Mi suggerì una voce.
Era profonda come se arrivasse dagli abissi del mare, ma anche tiepida, come un
soffio a pelo d’acqua.
Non avevo idea da dove provenisse.
Mi ero appena arrampicato su una roccia alta per guardare da più un alto, per
avvicinarmi al mio elemento.
Non vidi niente o nessuno che potesse avermi parlato, eppure quella frase mi
aveva come frugato i pensieri, li aveva indovinati, resi vivi e smontati in un batter
d’occhio.
“Vorrei tenerlo e portarmelo a casa, poi”.
Risposi, giustificando quel bozzolo di senso di colpa che si allargava dentro di me.
E fu in quel momento che la vidi.
Era affiorata piano dall’acqua, con portamento elegante. La testa grande e il rostro
incurvato; rugosa e possente, si portava dietro la sua casa rossastra, sfumata di
marrone scuro.
Leggiadra, mi guardava.
Una tartaruga marina lunga quasi un metro e mezzo. Non ne avevo mai vista una
in vita mia.
Non so dire se fu lei a perdersi nei miei occhi oppure io, a non rientrare mai più dal
suo sguardo.
Fatto sta che l’aria divenne immobile, c’eravamo soltanto noi due e il mare che,
indisturbato, suonava la sua musica.
Com’era emersa, sprofondò nuovamente sott’acqua e soltanto quando mi mostrò il
dorso mi scossi dall’impasse di meraviglia che mi aveva stordito e riuscii a gridare:
“Aspetta!”
“Io torno”. Disse.
“Me ne vado ma poi torno, sempre”.
Mi sembrava la promessa più bella che avessi mai sentito.
E così, tornai anch’io.
All’inizio dell’estate del 2017.

L’orizzonte lo avevo lasciato dov’era, perché era esattamente lì, che avrei voluto
ritrovarlo.
Ero cresciuto appena dall’anno prima. Ben presto il mio fisico sarebbe cambiato: mi
sarei asciugato ma irrobustito, le occhiaie scure sparite e la pelle bianca non
sarebbe divenuta che un lontano ricordo.
Andai dritto alla roccia e fissai per giorni il punto esatto in cui avevo visto la
tartaruga.
Non venne quella settimana.
E nemmeno le restanti di giugno.
Ci rimasi male ma in un bambino di sette anni la delusione si rintana in un
cantuccio dell’anima senza disturbare più di tanto, in quegli anni di spensierata
gioventù.
Feci amicizia con molti bambini e bambine della mia età, giocammo ogni giorno,
costruendo castelli e fossati e mura di cinta. Raccogliemmo conchiglie con
l’illusione che ci appartenessero per poi liberarle sulla riva. Era là che stavano
bene.
Ogni tanto volgevo lo sguardo lontano, perdendomi per qualche istante.
Avrei dovuto aspettare agosto per rivederla.
I miei amici erano tutti partiti.
Questa volta, mi parlò che stavo sdraiato tutto solo sulla sabbia bagnata di una
piccola caletta nascosta, facendo filtrare tra le dita quei pochi granelli asciutti che
riuscivo a raggiungere.
“Sei felice”.
Mi disse. Non era una domanda.
“Come ti chiami?”
Le chiesi.
Era come se ci fossimo visti soltanto un attimo prima.
Si chiamava Era.
“Io sono Ricky”
“Lo so”.
Avrei giurato che sorrideva, come sorridono le mamme.
“Io non so un mucchio di cose”.
“Vuoi venire a fare un giro?”
“Come? Dove?”
“Sali”.
Mi indicò il carapace con un cenno della testa.
Balzai in piedi senza farmelo ripetere due volte.
Mi portò con sé, in mare, per il resto dell’estate.
Le chiesi se fossi pesante.
Rispose serenamente che non ero un peso, ma soltanto un valore aggiunto sul
dorso dei suoi anni.
Mi parlò di ogni cosa. Di polpi e pesci.
Mi mostrò le rocce, illustrandomi la loro origine e l’evoluzione.
Mi insegnò a stare in apnea, per vivere in profondità.
La posidonia mi fece il solletico e il fondale si riempì di bollicine del mio ridere.
Mi raccontò la storia di Medea e Giasone, dei suoi amici eroi, avventurieri. E della
prima nave che, coraggiosa, si apprestò a solcare le acque:

“Si chiamava Argo”.
Sapeva davvero un sacco di cose.
Era saggia e mite.
“Ma tu dove vivi?”
Chiesi curioso.
“Io vivo qui. Ma anche più in là”.
“E come fai a conoscere proprio tutto?”
“Sono nata sulla terra, proprio come te. Ma sento di appartenere a questo luogo”.
“Proprio come me”.
“Proprio come te”.
Forse era l’unica ad aver capito come mi sentivo.
Si percepiva persino nei momenti di silenzio e pace, come quello.
“Mi piace vivere nelle acque temperate, al sole che si riflette sulla superficie
mandando i suoi bagliori fino in fondo. Giù, giù.
Non sapevo nulla ma l’ho imparato viaggiando. Muovendomi e spostandomi, oltre i
confini e le barriere, senza aver paura”.
“Sei una tipa solitaria?”
“Affatto! Ho tantissimi amici. E ho deposto un pezzetto della mia anima ovunque ne
trovassi uno”.
“E io, un pezzo… lo posso tenere con me?
Te lo riporto l’anno prossimo”.
Mi affrettai a dire, memore del monito che mi aveva lasciato in eredità l’estate
prima.
Rise di cuore, muovendosi tutta e scuotendo anche me. Ridevo anche io, finché le
nostre risate divennero una e si confusero con il moto delle onde.
Passammo così anche l’estate del 2018.
Fu magica.
Era mi cantò di Moby Dick e delle altre balene che le raccontavano le loro storie; di
animali apparsi sulla terra e poi estinti, di piante buone e cattive, di grandi
conchiglie, tutte diverse.
Il castano dei miei capelli si era impreziosito, diventando biondo sole, il mio corpo
abbronzato stava esposto alla salsedine e non mi dispiaceva affatto. Era la mia
seconda pelle.
Sul finire di quei giorni splendidi cominciò a prendermi una strana malinconia, di
quelle che portano in seno la dolcezza dei momenti non ancora finiti e una
nostalgia precoce che ferisce appena.
Anche Era sembrava triste.
Mi domandai se fosse colpa mia. Forse il malumore si spandeva a macchia d’olio
impregnando chi stava nel suo raggio.
“No, piccolo. Vieni, ti mostro qualcosa che finora non ho voluto vedessi”.
Capii al volo che non sarebbe stata una cosa bella come tutte le altre.
Dopo le innumerevoli albe e i tramonti fiammeggianti, la sabbia diamante in
profondità e il vento che ci teneva compagnia, viaggiando da sud-est a nord-ovest,
venni a conoscenza di quel qualcosa che Era mi aveva celato e che non avrei
voluto scoprire.
Il flagello umano della plastica.

Galleggiava ovunque, in minuscole particelle dai colori ingannevoli che attraevano i
pesciolini affamati.
Era mi disse che i piccoli non sempre riuscivano a sopravvivere.
E le creature più grandi non avevano maggiore fortuna. Delle volte finivano
incastrate in buste trasparenti che si muovevano lente e sinuose come meduse.
Mi raccontò di Luccino, il cavalluccio marino diventato famoso, finito sui giornali,
immortalato mentre nuotava aggrappato a un cotton fioc rosa, nel mare inquinato.
“Come stride questa immagine, Era”.
Lo dissi con tristezza, pensandoci.
“Sì, amico mio”.
“A te è mai capitato qualcosa di brutto?”
Sospirò.
E inspiegabilmente riprese il tono pacato di sempre.
“Sai, gli esseri umani non sono tutti uguali. Alcuni camminano inconsapevoli, si
spostano pesantemente, corrono da una parte all’altra; non vedono nulla, non
sentono, non si fermano a riflettere nemmeno una volta.
E poi ci sono altri, che passano sulla terra leggeri. Sanno ammirare la bellezza del
sole che si adagia sull’acqua lontano, guardano le gocce di rugiada sui fiori. Sono
attenti.
Mi hanno salvata loro, quand’ero più piccola. La mia testa si era incastrata in uno di
quegli orribili cerchi di plastica che tengono assieme le lattine di coca cola”.
“No…”
“Già. Per un po’, infastidita, ho vissuto così.
Facevo finta che fosse una collana preziosa, per sopportarla meglio.
La trasportavo ovunque.
Poi però cominciai a crescere e la collana si trasformò in un cappio sempre più
stretto.
Un giorno, sfinita, capitai sulla riva di una spiaggia poco frequentata. Chiusi gli
occhi piano, temendo che difficilmente li avrei riaperti.
Ma nel raggio sfuocato della mia vista che si spegneva mi accorsi che uno di loro si
avvicinava. O erano due. Non so.
Mi risvegliai, non so quanto tempo dopo,sulla stessa riva, con una sensazione
molto diversa.
Libera, finalmente”.
Non seppi cosa dire.
Restammo zitti per il resto della serata.
Lei comprese il mio silenzio attento.
Volgemmo all’unisono lo sguardo al tramonto, non avevamo bisogno di aggiungere
nessuna parola superflua, a quel momento.
Quell’inverno però, non feci che pensarci. Testardamente.
Successe qualcosa che soltanto in apparenza spostò da Era la mia attenzione.
In verità, non fece che rafforzare il mio scheletro di idee, già ben solido da un po’.
“Sei innamorato”.
Sorrise Era, quell’agosto del 2019.
“Ma come fai?”

Le chiesi sbalordito.
Ancora una volta era riuscita a entrare nella mia testa senza bussare né disturbare,
contro le mie barriere che immaginavo fatte di corallo.
“Come si chiama?”
“Greta”.
“È un bel nome”.
“Era, ti ho portato un regalo.”
Un bellissimo impermeabile giallo sole, con il cappuccio, uguale a quello che
indossavo io ma della sua misura.
Non me ne separavo da mesi.
Per me, era il simbolo di un mondo che provava a salpare sulla nave dei giusti;
luminoso nella notte, guidava l’essere umano verso la rotta del bene.
Per la prima volta scorsi un’ombra dubbiosa sul suo volto.
“Questo ti proteggerà dai pericoli che incontrerai in mare, nei tuoi lunghi viaggi”.
Potrei giurare di aver visto scendere una lacrima dai suoi occhi così buoni.
Glielo feci indossare e partimmo insieme, ancora una volta.
Ogni estate portava con sé nuove scoperte.
Quell’anno, Era mi parlò di letteratura, e non di una qualunque.
Conrad, Melville, Atzeni, Hemingway, etc.
Presi nota mentalmente di ogni nome e titolo, affamato di saperne di più, timoroso
di perdermi una virgola, di non avere abbastanza ore e minuti per leggere.
(Se solo avessi immaginato quanto tempo si sarebbe scaraventato su di noi, la
primavera successiva!)
Mi portò in un’antica tonnara di pescatori dove mi insegnarono i segreti della
navigazione e i nodi marinari.
Quanta ricchezza.
La custodivo con cura, luccicante nel petto.
Fu Era, questa volta, a dovermi aspettare.
Nel suo lento vagare, probabilmente si rese conto che qualcosa era cambiato.
L’acqua e persino l’aria erano come… diverse.
Limpide. E silenziose.
Di sicuro non le era mai capitata una fortuna del genere.
La immaginai godersi ogni istante, vedere la natura nascere come fosse la prima,
antica, volta.
Eppure, si sarebbe accorta che c’era una nota stonata in quella nuova sinfonia.
Ciò che inizialmente aveva scambiato per equilibrio, aveva un tassello mancante.
Gli esseri umani.
Dove erano finiti? Come poteva girare per il verso giusto la ruota del mondo, con
un ingranaggio inceppato?
Magari alcuni suoi amici e amiche del regno animale avrebbero millantato la nostra
assenza come qualcosa di straordinario e giusto.
Ma lei aveva me.
E io non c’ero.
E questo, per lei, era sicuramente sbagliato.
Agosto era prossimo al tramonto e trascinava via con sé quell’estate strana,
riempitasi all’ultimo momento nella maniera più goffa e sbagliata di sempre.

E per questo, fondamentalmente, vuota.
Ma, il ventotto agosto duemilaeventi ci vedemmo di nuovo.
Salii sulla mia roccia alta.
Ero molto diverso da come mi aveva lasciato l’ultima volta, con il sole sulla pelle, il
cuore pieno, la testa per aria e i piedi sott’acqua.
Ero tornato bianco e smilzo, i capelli e lo sguardo avevano perso la lucentezza che
mi aveva accompagnato in quegli anni.
Ma soprattutto, cosa avrebbe pensato Era di quell’affare celeste sbiadito che mi
copriva naso e bocca?
Per una volta fui io a raccontare cos’era successo.
Una pandemia globale. Da cui difendersi con poche, confuse, armi.
Il mondo umano immobile per più di due mesi, costretto a guardarsi allo specchio.
Rimestato e rovesciato su se stesso.
“Un’opportunità. Non trovi?”
Chiese Era, genuina.
“Immagino di sì”.
“Sei triste”.
“É tutto molto strano, Era. Mi sembra che ogni cosa sia cambiata in peggio. Non
riesco più a comprendere gli adulti, per esempio”.
Rimase zitta per qualche minuto, in cui ci guardammo negli occhi come la prima
volta.
Mi sentivo già meglio.
Poi, sparì sott’acqua.
Mi lasciò solo per qualche giorno ma quando la rividi non potei fare a meno di
rimanere stupito.
Indossava una mascherina, uguale identica alla mia.
“L’hai trovata in mare, vero?”
Scossi la testa amareggiato, ma lei sorrideva. Come sorridono le mamme.
“Vieni a fare un giro?”
Mi alzai.
“Sali”.
Mi disse indicando con un cenno del capo il carapace.
Le sorrisi anche io, pieno di gratitudine e pace.
Il germoglio della speranza rifioriva lento e paziente in un posticino profondo dentro
di me.
Era tornata.
Lei tornava, sempre.

©ErikaCarta