La misura eroica

La misura eroica

“Indicibili sono i colori dell’acqua, perché non si può chiamare per nome  la luce che l’accende di giorno – trasparente, blu, cristallo, perla – e la spegne di notte – nero, vino, luna”.

Il mare. 

Così lo descrive Andrea Marcolongo nelle prime pagine de “La misura eroica”, e così lo ritrovo ogni volta che ho il primordiale bisogno di andare a guardarlo, figlia della mia isola.

Lo vedo perfino ad occhi chiusi o quando bene aperti, ne leggo.

In queste duecento pagine circa, la Marcolongo racconta “il coraggio che spinge gli uomini ad amare” (nel senso più ampio del termine, aggiungo io) e lo fa attraverso due storie, amalgamate tra loro con tenera maestria.

Ogni capitolo si apre con un breve pensiero tratto dal manuale in lingua inglese del 1942: “How to abandon ship”, dove l’autrice scorge l’importanza di resistere ai naufragi della vita, piuttosto che fuggire, abbandonare.

La tua nave è progettata per resistere alle tempeste più di quanto lo sia tu, marinaio”.

Il passo poi è lasciato a una grande storia, un mito greco che risale all’età micenea.

Racconta di Giasone, giovane ragazzo figlio di Esone che fu re della città di Iolco, che pur di sottrarre il trono al malvagio zio, Pelia, accetta la sua sfida: “Và alla ricerca del vello d’oro. Vediamo se ci riesci”. 

Era bastato questo a muovere, nella profondità dell’anima, la sua voglia di partire, tralasciare la sicurezza della terra madre per cercare altrove e tornare, dal viaggio, diverso. 

Altri cinquanta giovani vollero seguirlo nell’impresa.

D’altronde è a noi chiaro che superare quella soglia significava crescere, maturare, ad ogni modo. Muoversi.

E, come un Peter Pan al contrario, restare fermi avrebbe significato rimanere eternamente giovani, ignari. 

Quei ragazzi pronti a salpare furono per sempre chiamati con il nome della nave cui avevano scelto di appartenere: Argonauti”.

[…] Fu allora che, per la prima volta nella storia dell’uomo, una nave, scivolò dentro il mare […]

La nave era femmina e sotto la prua, nella chiglia, aveva intagliato il viso di Atena, colei che l’aveva costruita, non certo perché rimanesse ferma in porto.

“La nave Argo era bellissima. Argo era stata fatta per navigare verso l’ignoto, e poi tornare a casa”.

Questa frase mi riporta inevitabilmente a un’altra, nata dalla penna di T.S. Elliot:

“Non smetteremo mai di esplorare. E alla fine di tutto il nostro andare, ritorneremo al punto di partenza per conoscerlo per la prima volta”. Motto, se così vogliamo chiamarlo, che mi è entrato dentro radicando ancora più profondamente la consapevolezza che ogni passo è, a sé, un viaggio. E che mai torneremo uguali a come siamo partiti. Si tratta di prospettive.

“Nel mezzo c’è tutto il resto, e tutto il resto è giorno dopo giorno…” 

Lo so, questo articolo è un continuo richiamo, da una citazione a un’altra. Ma è la mia spirale emotiva, piena e aperta.

Non credo di fare spoiler se dico che Giasone tornò eccome nella sua Tessaglia, con il vello d’oro, mutato per sempre nel profondo del suo essere, da ogni avventura vissuta per mare e nelle altre isole, con le persone. Insieme a Medea.

La misura eroica era data dall’esperienza di superare se stessi, non dal risultato”.

E certo, nulla sarebbe stato possibile se non fosse stato per l’amore: la più grande forza, unica e necessaria a muovere ogni cosa. 

E a chi, stolto e apatico dice è impossibile, la Marcolongo risponde:

“Se solo non ci dimenticassimo che un tempo siamo stati Argonauti cui nulla importava se tutti dicevano è impossibile, per noi non solo era possibile, ma doveroso. Avevamo urgenza, bisogno di provare per poi vivere”.

D’altronde “fallire non significa non inciampare mai, ma scegliere di restare a terra”.

Questo mito senza tempo ha incantato gli uomini di ogni epoca. 

Nel 1382 un ordine segreto di rivoluzionari anarchici comparve a Napoli facendosi chiamare gli Argonauti di San Nicola.

Nel 1945 la conferenza di Yalta che pose fine alla seconda guerra mondiale fu inizialmente denominata La conferenza degli Argonauti.

Nello sport il club dì football con il nome originario più antico nel Nordamerica fu coniato nel 1873: i Toronto Argonauts.

Diverse navi hanno preso ispirazione dalla prima Argo, per i loro nomi, compreso il primo sottomarino della storia.

E poi ci siamo noi. 

“Come sinonimo di squadra, di solidarietà e di coesione tra amici”.

A bordo della nostra nave che solca questo mare sempre mutevole,  un po’ Argo un po’ Nautilus

Ogni giorno, a partire dalle vele srotolate di Argo, ci mettiamo per mare affrontando venti e tempeste per arrivare a riva, ovvero per diventare diversi da come siamo partiti, superando la linea d’ombra e varcando la nostra soglia.

[…] Non stai forse navigando anche tu, come tutti noi, umani e contemporanei Argonauti , attraverso i mari che ci separano dall’essere grandi, a qualunque età?

Dentro la borsa

Dentro la borsa

Aveva bisogno di pensare a qualcosa di bello. Era un trucco che aveva inventato da bambina, chiusa nella sua stanza, per scacciare la tristezza […]

Allora prendeva il suo diario e raccontava qualche episodio appena vissuto, sottolineando solo le parti belle”.

È come vedere il “bicchiere mezzo pieno”, no? Anche se, in questo caso, posso esprimere con certezza che non si tratti di un bicchiere, ma di una borsa, “un insieme di velluto rosso, orbace, lana, pelle e broccato che, nei toni del nero con i ricami bianchi, ricordavano i tappeti sardi”, e di tutto quello che c’è dentro.

Ed è veramente tanto, per stare chiuso lì, stipato. Le cerniere non chiudono, il tessuto si strama, l’involucro si deforma.

È così che questo contenuto si riversa in parole, tra le pagine di un libro.

“Dentro la borsa” di Francesca Spanu.

Di cosa parla? 

“Di aborto”, ho sentito dire qualche tempo fa.

“Di un bambino che si è perso”, dice Ele , con attenta e sensibile interpretazione filtrata dai suoi cinque anni, che disegnava mentre l’autrice si raccontava, alla presentazione. 

E io, prima ancora di addentrarmi tra le righe che mi avrebbero svelato le vite di Lidia e Cristina, ho capito che non sarebbe stato solo questo.

Ho sentito due parole che mi sono bastate per intraprendere questo viaggio: amore e libertà.

Due aspetti imprescindibili uno dall’altro, aridi se presi singolarmente, rigogliosi se tenuti assieme dal filo della consapevolezza.

Si tratta di scelte. Subite, sepolte sotto strati di apparenza, egoiste, mascherate. 

“Oro fuori e Merda dentro”.

E poi di scelte compiute. Difficili, sofferte, d’amore, protettive, altruiste, libere… CONSAPEVOLI. 

Non per questo senza conseguenze, tutt’altro. 

Non stare ferma, reagisci. Utilizza il danno che hai subito come risorsa, è questa l’unica strada. Usa questa sofferenza per capire cosa vuoi davvero dalla vita. Sì perché devo dirtelo, finora hai vissuto la vita che altri volevano per te. Approfitta di questo dramma per essere ciò che vuoi essere tu”.

Piedi inchiodati al fondo, piedi che raschiano fino a staccarsi. E poi spinte. Verso l’alto, verso fuori, alla luce… proprio come venire al mondo, di nuovo. 

Tenere la propria vita tra le mani, guardarla rinascere, incedere, divenire. 

È questo che io ci ho letto. Riflessiva, ma emozionata, vorace nello scorrere le pagine, così come divoro i giorni davanti a me. 

“Sii contenta di essere libera, libera di cambiare idea e andare dove desideri, molte persone non lo sono e non sono in grado di combattere per la cosa più importante, il diritto di essere liberi”.

©Erika Carta

La Madonna del Fuoco

La Madonna del Fuoco

In occasione della Madonna del Fuoco, patrona di Forlì, Claudia Aloisi, l’autrice di “Flavia’s End”, racconta per noi la tradizione di questa antica festa.

Il trillo del telefono mi raggiunse uscita dalla doccia. Immaginavo fosse Dan che chiamava da Londra per sapere se ero arrivata e per augurarmi buonanotte. Invece dal microfono uscì la voce mite e dolce impastata di dialetto di mia nonna. Nonna Pina, che aveva poca dimestichezza col cellulare: «T’cì te, babèna
«Sì, nonna, sono io. Sono arrivata poco fa. Vengo a trovarti presto, ti ho portato il tè che ti piace»
La nonna però si lanciò in un lungo discorso, non sempre coerente, ma del quale colsi bene il senso: l’indomani era la festa della patrona della città, la Madonna del Fuoco, e lei desiderava, come ogni anno, andare a visitare l’immagine miracolosa posta in Duomo. Papà si era opposto perché faceva troppo freddo e perché con l’isola pedonale in centro si doveva parcheggiare lontano e lei si sarebbe stancata troppo. Ma, diceva nonna, erano tutte sciocchezze. Lei voleva andarci, come sempre, da 85 anni. E potevo dunque accompagnarla io?
Forse le obiezioni di papà erano sensate. Ma non ebbi cuore di dirle di no. Le dissi che sarei passata a prenderla alle 9, così da avere meno gente attorno e da poter rientrare per pranzo.
Chiusi la comunicazione e, mentre mi frizionavo i capelli bagnati, sospirai. Non partecipavo alla festa della Madonna del Fuoco da ben prima di trasferirmi all’estero: l’ultima volta forse avevo 12 anni, e ci andai sempre su richiesta di nonna Pina, molto devota, che all’epoca abitava ancora in centro storico e visitava chiesa e bancarelle anche più volte durante il giorno.
Non sapevo che effetto mi avrebbe fatto tornarci, ma in fondo ero anche curiosa. Forse era cambiata negli ultimi trent’anni. Finii di sistemarmi, scambiai poche parole con Dan al telefono. E l’ultima vista che colsi prima di mettermi sotto le coperte furono le case vicine, che emergevano dalla nebbia umida: quasi ogni finestra era ornata da un lumino acceso, e la notte splendeva di piccoli punti rossi tremolanti nella vigilia del giorno che ricordava il miracolo avvenuto in città nel 1428.
Il fatto che tanta gente, dopo secoli, si prendesse ancora la pena di segnare la propria casa con quei lumini come devozione riusciva per una volta a farmi mettere da parte i pensieri razionali e cinici. Mi faceva pensare che fosse il modo semplice, ma genuino, con cui tante persone di buona volontà riconoscevano la loro fede in un Dio buono e pietoso, e affidavano la loro lettura della realtà alla speranza di un significato più grande. Di colpo non mi pesò più aver promesso di accompagnare la nonna, e dormii serena.

La mattina del 4 febbraio era fredda e grigia. D’altronde non ricordavo una festa della Madonna del Fuoco con il sole. Per lo più la associavo al freddo del cielo grigio, a volte anche alla neve spazzata dal vento. Suonai al campanello di casa della nonna, pronta a offrirmi di aiutarla a scendere le scale, ma lei mi rispose che stava arrivando.
In pochi minuti mi raggiunse nel portone. Fu bello vedere il suo sguardo buono, il suo sorriso dolce e un po’ malinconico. E mi provocò lo stesso brivido di bambina posare un bacio su quelle guance incredibilmente lisce e morbide, che profumavano sempre di crema Venus. Le rivolsi un saluto sussurrato, in risposta arrivò una carezza un po’ schiva, ma sincera.
Usammo il viaggio in macchina fino al parcheggio per raccontarci le cose più importanti degli ultimi sei mesi, tanto era che non ci vedevamo. Il bello, con la nonna, era che anche lei si confidava con me come fosse un’amica coetanea. Posteggiata l’auto, scendemmo. Quindi nonna Pina mi infilò la mano sotto il braccio e si diresse decisa verso Corso Garibaldi. E non si capiva chi scortasse l’altra.
All’avvicinarci, mi accorsi del confuso vociare che veniva dalla strada. E come svoltammo, ci trovammo già in mezzo alla gente, nonostante l’ora e la nebbiolina persistente che confondeva i contorni e pioveva in minuscoli spilli sulla pelle. Fu frastornante. Le bancarelle riempivano quasi metà carreggiata, mentre la gente che passeggiava occupava il resto dello spazio. Alcune esposizioni catturavano l’attenzione più di altre, per esempio quella in cui un abile imbonitore magnificava ad uso delle casalinghe un fantastico coltello con cui si poteva tagliare e tritare di tutto, dalla cipolla alle reti di alluminio.
Passammo oltre senza che la nonna mostrasse particolare curiosità o si domandasse a cosa servisse tagliare l’alluminio. Io invece fui attratta, come da piccola, dalla bancarella che vendeva conchiglie: sapevo che erano di dubbia provenienza, sospettavo che alcune fossero addirittura colorate artificialmente; eppure non potevo fare a meno di incantarmi davanti a quelle forme che ripetevano rigorosi schemi matematici anche laddove creavano trine leggere. La nonna mi tirò appena per il braccio, era impaziente. Scostai una fila di denti di squalo appesi a uno spago e mi infilai di nuovo docile nella ressa. Poco più avanti ci raggiunse una zaffata dolce di croccante e zucchero filato, mescolata a quella dello stand successivo, dove già cuocevano le cipolle che sarebbero finite insieme alla salsiccia dentro la piada calda. Il contrasto era disgustoso e accelerammo.
Intanto la nonna parlava, raccontava dei suoi acciacchi e riportava certi aneddoti su amiche e parenti che io a stento sapevo chi fossero. Molte delle sue parole andavano perse nella confusione, ma non importava. Sapevo che le faceva piacere raccontare, e che io comunque fossi lì con lei. Stavamo arrivando alla meta, e oltrepassate le bancarelle di vestiti e scarpe, sbucammo in Piazza del Duomo. L’area era dominata da un’alta colonna di marmo bianco, con in cima una seicentesca Madonna col Bambino. Sull’inferriata che ne proteggeva il basamento erano appesi tantissimi disegni, che gli alunni delle scuole elementari portavano lì la domenica prima della festa, nella tradizionale “Fiorita dei bambini”. Mi intenerì vedere quei fogli, pieni di colori e speranze e sogni dell’età in cui è più semplice credere e affidarsi.
«T’a t’arcord quand t’era znìna? T’al faseva nenca te!»
Non era vero, io non avevo mai partecipato a una Fiorita, forse la nonna mi confondeva con qualche cugina, ma non importava. Le dissi che ricordavo e in quell’istante avrei voluto ricordare davvero.
Finalmente entrammo nella Chiesa principale della città, dedicata alla Santa Croce anche se per tutti era semplicemente il Duomo. Le tre navate ottocentesche erano un tripudio di ori, marmo, fiori, e folla. Dall’altare saliva odore di incenso, che mi faceva prudere il naso. Stavano celebrando la Messa, i fedeli cantavano “Di vivida fiamma”, tradizionale preghiera alla Vergine del Fuoco. Detestavo quel brano, così naif e sentimentale. Ma sopportai, mentre la nonna si era fermata in fondo alla navata, estatica. Attesi finché fu lei a riprendermi a braccetto e a guidarmi alla cappella laterale nella navata di sinistra, dove era collocata l’immagine miracolosa.
C’era tanta gente e fummo costrette a fare un po’ di coda.
«Sei stanca, nonna?» le chiesi all’orecchio, rimanendo colpita dal familiare odore di canfora e rosa che emanava dal suo berretto di lana fatto a mano.
«No, babèna. A’n so straca»
Passo dopo passo, guadagnammo la cappella laterale. Lì, nello sfavillio di candele e lumini, avvolta di rose rosse, c’era la patrona della città.
La nonna si inginocchiò alla balaustra del presbiterio per pregare, e io guardai l’antica xilografia circondata da una barocca cornice d’argento. Il contrasto non mi piaceva, il quadro aveva una meravigliosa sobrietà di tratto, di colori, di gestualità. Mi ero sempre chiesta perché la Chiesa appesantisse e sovraccaricasse ciò che era già di per sé pieno di significato. L’immagine, tutta nei toni dell’ocra e del sabbia, ritraeva la Madonna col Bambino in braccio tra il sole e la luna: lei teneva il capo leggermente piegato verso il piccolo Gesù, che a sua volta si aggrappava al lembo della veste della madre. Se si fossero ignorate le aureole e la corona gigliata di Maria (cosa che peraltro mi riusciva facilissima), sarebbero stati una madre e un bambino qualunque, di seicento anni fa, come di duemila, come di oggi o come fra un secolo. E non importava che nella xilografia, attorno alle due figure principali, fosse ritratta una miriade di personaggi collaterali, santi, vescovi, apostoli, angeli. Il centro era una madre amorevole col suo bambino. La salvezza del mondo.
La nonna si alzò, più faticosamente di quanto l’avessi mai vista fare, e d’istinto la sorressi. Sospirò, forse di sollievo, poi mi disse: «Manca una tappa, lo sai»
Lo sapevo. Ed era la parte che mi piaceva di più in quel rituale che stavo riscoprendo da adulta.
Ci incamminammo a fatica e, una volta fuori, anche il freddo umido della nebbia fu piacevole in contrasto con il caldo del Duomo affollato.
La Chiesina del Miracolo, chiamata da tutti così, era in un vicolo vicino al Duomo, ma quasi nessuno ci andava. Sospettavo che i cittadini più giovani nemmeno sapessero dov’era e cosa fosse, anche perché per il resto dell’anno era sempre chiusa, e la sua facciata piccola, sobria, appena semicircolare, si confondeva con le case circostanti, a meno di non alzare la testa e notare così la scritta AVE MARIA sul frontone e un minuscolo, tozzo campanile sulla sinistra.
Lì avvenne il miracolo, e all’epoca era la scuola di pittura di Mastro Lombardino da Riopetroso: nella notte fra il 3 e il 4 febbraio 1428, divampò un furioso incendio, causato dall’imprudenza di chi non aveva spento bene il focolare, ma sicuramente alimentato dagli olii e dai pigmenti presenti nella stanza. Le cronache del tempo, che ogni bravo bambino qui ha letto e sentito raccontare almeno cento volte tra asilo, elementari e catechismo, riportano che si vedevano da lontano nella notte i bagliori del fuoco e che i cittadini impiegarono giorni per domare l’incendio, passandosi secchi d’acqua in una lunga catena umana dai canali che a quel tempo attraversavano ancora il centro. E quando finalmente poterono avvicinarsi alle macerie annerite e fumiganti, prodigio! Sulle travi bruciate e sulla cenere grondante acqua, svettava un disegno, un’immagine sacra dipinta su carta e fissata a una tavoletta di legno, intatta. Lo stupore fu tanto e tale, che l’evento fu subito chiamato miracolo; nel giro di pochissimo il dipinto venne trasferito nella Chiesa principale e, per la spontanea devozione popolare, la Madonna del Fuoco assurse al ruolo di Patrona della città.
Erano anni che non ripensavo a quell’evento. E dovevo riconoscere che, di tutti i momenti di questa nostra festa, la visita alla Chiesina del Miracolo era quello che mi piaceva di più.
Amavo questa graziosa cappella a pianta centrale, alla quale è ancora possibile sovrapporre con la fantasia la struttura lineare di un’aula di scuola. E colpiva sempre la mia sensibilità la consapevolezza che su quel terreno un tempo era divampato un furioso rogo. Anche se erano trascorsi secoli, per me era rimasta quell’impronta del passato, e la percepivo anche adesso.
Era lì che mi piaceva di più stare, lontano dalla confusione, dalle bancarelle, e dal fasto. La nonna sembrava saperlo, e mi lasciò in pace. Si era seduta su una sedia e chiacchierava con un’altra anziana, forse una sua conoscente, o forse no.
Quando mi decisi a scuotermi, mi avvicinai di nuovo a lei. «Andiamo?» dissi.
Ma lei mi sorrise, arricciando le guance e facendo emergere ancora una piccola fossetta a sinistra, come nelle rare foto di ragazza. «Ti stavi dimenticando questa!»
Aprì la borsa che teneva al braccio e ne tirò fuori un involto fatto col tovagliolo. E già nell’intuire cosa contenesse, sentii il volto allargarsi nel sorriso. La piadina della Madonna!
Guardai quella focaccetta ovale, punteggiata di semi di anice e cosparsa di zucchero semolato. La presi tra le mani come una reliquia – e forse era davvero la reliquia della mia infanzia. Ne staccai un pezzetto, era ancora soffice, morbida come la ricordavo. Lo misi in bocca. Fui avvolta da un sapore di lievito, pane e burro, appena aromatizzato dall’anice. Ma era anche il sapore delle domeniche a pranzo dai nonni con tutta la famiglia, dei giorni d’estate quando il nonno preparava i peperoni sottaceto che adorava, dei pomeriggi passati a studiare da loro per stare in pace. Dei racconti della loro vita da contadini, e della guerra, e delle fatiche di una famiglia semplice trasferita in città per migliorare il futuro dei figli.
Fu difficile trattenere le lacrime. Ma non tutte le lacrime fanno male, alcune fanno bene. Così mi abbandonai a quell’insieme di ricordi che formavano le mie radici, l’inizio della mia storia. Fu uno di quei rari e meravigliosi istanti in cui si avverte che tutto ha un senso e un ordine.
Fui io a girarmi verso la nonna, perché ormai ero pronta ad andare, rasserenata e fortificata.
Sembrava che lei lo sapesse, perché si alzò, fece un rapido segno della croce, poi uscendo di nuovo con me nella nebbiolina mi disse: «Adesso capisci perché non rinuncio mai a venire qui?»
Adesso lo capivo. Mi strinsi a lei.
«Al prossimo anno, nonna!»

© Claudia Aloisi

Giorno della Memoria della SHOAH

Giorno della Memoria della SHOAH

Il 27 gennaio, Giorno della Memoria della Shoah, Argonautilus e Fiera del Libro invitano la cittadinanza a partecipare a un incontro di riflessione e approfondimento storico filosofico a cura della professoressa Federica Musu, ispirato dal libro di Hannah Arendt “La banalità del male” (Feltrinelli).

Appuntamento lunedì 27 gennaio 2020 ore 18:00 presso Sede di Argonautilus, Piazza San Francesco (ex scuole maschili) Iglesias.

Chi era Gianni Rodari? Uno sguardo alla sua biografia.

Chi era Gianni Rodari? Uno sguardo alla sua biografia.

Sulla riva settentrionale del Lago d’Orta, in Piemonte, sorge Omenga, il paese che ha dato i natali a Gianni Rodari.
Ho sempre adorato questa espressione: immaginare i luoghi e le quattro mura dove uno scrittore ha passato le sue vigilie più belle, germogli di fantasia.

“Ritorna ogni anno, arriva puntuale
con il suo sacco Babbo Natale:
nel vecchio sacco ogni anno trovi
tesori vecchi e tesori nuovi […]”

È il 23 ottobre 1920 quando Giovanni Rodari apre gli occhi sul mondo.
Nato da Giuseppe e Maddalena Aricocchi, si forma alla scuola elementare di Omegna per sole quattro classi.
Un lutto in famiglia comporta il trasferimento in Lombardia.
È il papà ad andarsene a causa di una broncopolmonite, in seguito al salvataggio di un gatto sotto un violento temporale, così si racconta.
È curioso come “il gatto” torni spesso nelle sue opere, forse per esorcizzare l’evento tragico che lo segnò da bambino.

“Sì, signora maestra,
mi sono un po’ distratto:
ma per forza con quel gatto,
con l’inverno alla finestra
che mi ruba i pensieri
e se li porta in slitta
per allegri sentieri”.

Nel 1937 si diploma come maestro alle magistrali e pur iscrivendosi dall’Università non completa gli studi, abbandonando il mondo accademico dopo pochi esami.
Altri tempi, è vero, eppure la dimostrazione che il genio, la volontà e la passione possono prosperare anche fuori dalla mera formalità di un documento cartaceo che definisce “dottore”.
Maestro di scuola, e di vita, perché non è da tutti ammettere di imparare dagli stessi bambini a cui insegna, soprattutto nel campo della fantasia.

Nel dicembre del 1943 viene richiamato alle armi dalla Repubblica Sociale Italiana ma ben presto si unisce alla Resistenza Lombarda, avvicinandosi al Partito Comunista Italiano.
Innumerevoli, le parole spese per la pace.
Nel 1953 sposa Maria Teresa Ferretti dalla quale avrà una bambina, Paola.
Nel 1970 vince il premio Hans Christian Andersen.
Florida è la sua attività come giornalista: occhio attento e delicato a quello che succede nel mondo e un’immensa maestria nel saperlo riportare con un linguaggio chiaro, semplice e profondo, fruibile da tutti… bambini e adulti.
Il corpo di Gianni Rodari lascia questo mondo il 14 Aprile 1980.
Scrittore, poeta, pedagogo senza tempo, con l’umanità e l’umiltà che lo hanno contraddistinto e che rimangono eco tra le parole delle sue opere.

E dopo questo fugace sguardo nella vita di un uomo che io conosco grazie alle mie maestre, nel prossimo articolo la parola andrà proprio a loro: insegnanti che da sempre lo scelgono per trasmettere il sapere.
Continuate a seguirci!

©Erika Carta

Convocazione Assemblea Soci Febbraio 2020

Si comunica con la presente la convocazione dell’Assemblea dei Soci ArgoNautilus per il giorno: 
04/02/2020ore 16:30  in prima convocazione 
05/02/2020ore 16.30 in seconda convocazione
presso Sede ArgoNautilus Iglesias
con il seguente ordine del giorno:

  • Discussione bilancio di previsione anno 2020; 
  • Progettazione Anno 2020
  • Approvazione dei programmi/progetti da realizzare nel 2020
  • Fiera del Libro di Iglesias e FieraOFF 2020 “La Parola crea Mondi”
  • Varie ed eventuali
Un libro in comune

Un libro in comune

Nasce “Un libro in Comune”, nuovo progetto dell’Associazione Argonautilus per la promozione del libro e della lettura che vedrà come destinatari d’elezione gli operatori dei sistemi bibliotecari.
La formula è semplice e consta di tre elementi fondamentali:
un incontro formativo organizzato in biblioteca con gli operatori del settore;
un libro, scelto dall’Associazione Argonautilus
l’autore dell’opera, per rendere l’occasione ancora più ricca di contenuti e interattiva.

L’evento sarà aperto al pubblico.

Durante l’incontro un referente dell’Associazione Argonautilus racconterà il libro, con elementi relativi alla trama, alla struttura, alla scrittura; dettagli relativi all’Autore e alla sua produzione e alla Casa Editrice; aspetti del libro che esulano dalla trama ma possono essere rilevanti per un potenziale fruitore della Biblioteca.
Al termine di questa prima fase ce ne sarà una seconda, dedicata all’interazione e al dibattito che coinvolgerà tutti i presenti.

Il libro sarà quindi donato alla Biblioteca, ed entrerà così tra le possibili scelte dell’utenza.

Il risultato che l’iniziativa si prefigge va ben oltre l’atto di donazione del libro. Il personale della Biblioteca avrà di fatto partecipato a un evento qualificante, che rimarrà tra le competenze acquisite.
Anche l’eventuale pubblico presente avrà avuto la possibilità di partecipare a un evento che genera crescita delle competenze culturali, e stimola l’interazione con la Biblioteca e il piacere per la lettura.

Inoltre: gli utenti della Biblioteca, saranno informati dell’arrivo di un nuovo libro e potranno contare sulla conoscenza approfondita dello stesso da parte del personale della biblioteca.

All’evento potrà essere presente una libreria per dare possibilità, a chi ne avesse intenzione, di acquistare il libro.

Il progetto rientra nella #FieraOFF della Fiera del Libro – Iglesias, in linea con gli obiettivi che da sempre si propone:

  • il coinvolgimento di Amministratori, Autori, Librai, Bibliotecari, Insegnanti, Alunni e Cittadini in un sistema in cui l’associazione Argonautilus svolge il ruolo che compete alle associazioni del terzo settore, ovvero punto nevralgico di una rete e catalizzatore di cultura su tutto il territorio;
  • la formazione di bibliotecari e conseguentemente dei lettori, sul prodotto editoriale ai fini della diffusione del libro e della lettura;
  • l’acquisizione da parte della Biblioteca di prodotti editoriali di buona qualità;
  • la creazione di un legame tra tutti i soggetti coinvolti attraverso un libro che diventerà alla fine dell’evento patrimonio culturale in comune.

L’appuntamento pilota per “Un libro in comune” si terrà alla Biblioteca Civica Don Milani di Falchera, Torino, e il libro scelto per questo primo appuntamento sarà: “Breve storia della letteratura gialla” di Eleonora Carta per Graphe.it editore.
L’evento è in collaborazione con Biblioteche Civiche Torinesi e con il Circolo Sardo Sant’Efisio di Falchera, che sarà nell’occasione rappresentato da Matteo Mereu. Con la partecipazione della Libreria Il Ponte sulla Dora.

Alla fonte delle parole

Alla fonte delle parole

Avida di parole da quando ricordo di ricordare, o forse anche prima, mi sono imbattuta in un libro che narra della fonte da cui sgorgano.

Inesorabili e prepotenti, delicate e deliziose, stanno sempre con me.

Corsi d’acqua in continuo movimento o fotogrammi scattati in tempi remoti e per sempre conservati immobili nel cassetto della memoria.

E di memoria, parla l’autrice Andrea Marcolongo. Pozzo da cui attinge, riconoscendo 99 parole che fanno parte della sua vita e che, se state bene attenti, potete fare anche vostre, in questo lessico di condivisione di cui ci ha fatto regalo.

Non le avevo mai guardate sotto questa luce, che antica fiammeggia e tutta nuova rischiara il loro significato essenziale. Come un guscio d’uovo, a lungo covato nel tepore della cura, che quando si spacca emana bagliori dalle sue crepe.

Così, è stato per me questo libro. Meraviglia, pagina dopo pagina.

Fasci di consapevolezza brillante e specchio dentro cui annegare per ritrovarsi.

Rinascita e conferme.

Termini come “lemma” “etimo” “panromanza”, che mi fanno sentire allacciata a questo mondo più che mai.

Dire, sempre.

Ci sono entrata dentro, godendo di sapienza dall’inizio alla fine, leggera ma non più superficiale.

Ho pensato di salvare un solo etimo, che fosse tutto mio.

L’ho trovato quasi subito, emozionata.

Ma poi, come margherite in un prato verde, ne sono spuntati altri.

Ognuno con il suo perché, perle incastonate nel mio essere.

Eppure, chiusa l’ultima pagina, ha rimbombato, come battito di cuore, quello che avevo scelto già in principio.

Non sono più tanto sicura che sia stata un’azione mia, quanto più che la parola abbia trovato me, ancora una volta.

È il mio turno di condividerla e perpetrarla.

Leggere.

“Quello di leggere è uno dei miei etimi preferiti di sempre, perché, se ripercorso a ritroso e con cura, indica che senza parole non può esistere decisione alcuna”.

“In greco antico, il verbo légo, che rimanda direttamente al latino legere, significava sia raccogliere, sia scegliere, sia raccontare”.

“Raccontami una storia: da sempre il primo istinto, il primo bisogno, degli essere umani. Per vincere la paura del buio, dell’ignoto, dei fantasmi, della morte”.

“E grazie al potere delle parole, trasformiamo la vita in narrazioni che ci fanno sentire un poco più al sicuro, e un poco meno spersi”.

“In fondo solo questo significa parlare, e allo stesso tempo leggere: non tanto acquistare un libro da tenere per anni su un comodino finché non sarà ricoperto di polvere, la copertina sbiadita dal sole che ogni mattino filtra dalla finestra. Bensì, in mezzo a mille e mille grumi emotivi, saper scegliersi. Dunque, saper dirsi”.

Andrea Marcolongo.

©Erika Carta

Le parole

Le parole

Le parole.

Di Gianni Rodari

“Abbiamo parole per vendere

parole per comprare

parole per fare parole

ma ci servono parole per pensare.

Abbiamo parole per uccidere

parole per dormire

parole per fare solletico

ma ci servono parole per amare.

Abbiamo le macchine per scrivere le parole

dittafoni magnetofoni

microfoni telefoni.

Abbiamo parole per fare rumore,

parole per parlare non ne abbiamo più”.

Sembra l’abbia scritta adesso, apposta per noi, per questa quinta edizione della Fiera del Libro di Iglesias. “La parola crea mondi”.

Invece è una filastrocca che di anni ne ha ben sessantasette.

Quanta intramontabile, sfrontata verità si legge tra queste righe.

Una parola può germogliare come un fiore e un’altra si affila, diventando coltello. E la cosa magica, o tragica, è che ognuno di noi può impugnare il manico o lo stelo.

In questo tempo in bilico tra parole svuotate, inaridite del loro significato, e di contro parole pompate, irrorate col peggior pesticida al mondo, la menzogna, basta leggere una filastrocca perché tutto si fermi e metta in moto, un attimo dopo, l’ingranaggio della riflessione.

È una voce bambina, quella che ripete i versi. Riecheggia tra i muri tappezzati di cartelloni, rimbalza sulle tende, torna sopra quel banco di legno verde chiaro, scheggiato in alcuni punti. Pianta il seme delle domande.

È una voce consapevole, quella che legge ora.

Ed è di incredibile bellezza che la distanza tra gli anni diventi nulla e quanto il tempo venga attraversato dalla potenza di un mezzo come la scrittura, quella che rimane; che ancora, e per fortuna, apre gli occhi come fosse la prima volta, ti fa guardare intorno e soprattutto porta a chiedersi sempre “perché?”.

E allora sì, che nascono parole.

Parole che amano.

Parole che pensano.

Pensieri che parlano.

La grandezza di Gianni Rodari verrà celebrata a gran voce in questo anno, perché nel 2020, precisamente il prossimo 23 Ottobre, l’autore, il maestro, avrebbe compiuto cent’anni.

Eppure il verbo “avrebbe” non mi è congeniale, in questo caso. Sottende chiaramente un “se”: se non fosse deceduto nel 1980.

Ma come si può considerare tale, se ancora oggi siamo qui a parlarne?

No, uno spirito così diventa immortale, grazie alle sue parole.

Ma chi era Gianni Rodari?

Ne parleremo ancora… Seguiteci nel prossimo articolo!

©Erika Carta