Connessioni

Connessioni


“Ma anche tu stai sorridendo dietro la mascherina?”

È quello che mi chiede Sara, mentre ci scattano una fotografia alla nostra “postazione di controllo”.

Eccome, se rido. Credetemi, si vede.

Anche dietro gli occhiali mezzo appannati.

Difficilmente si può mentire con lo sguardo.

“Connessioni”. 

Non trovo parola più giusta per descrivere l’esatta sensazione che da mesi, ormai, avevo perduto nel marasma della diffidenza, della paura, dell’oblio.

Connessioni, Festival delle idee Gonnesa 2020 è la rassegna estiva che rientra nel programma “Luci d’estate” per il comune, partner della Fiera del Libro di Iglesias, Gonnesa. 

E deriva dall’antico toponimo “Conesium” che stava ad indicare un crocevia di incontri, scambi e interazioni.

Ecco. 

Quello che è successo ieri sera, 10 luglio, è stato questo.

Al Nuraghe di Seruci, luogo pregno di storia con il sole che, indisturbato, tramontava dietro gli alberi piegati dal maestrale.

Il primo dei cinque incontri a cura di Argonautilus che si snoderanno tra il Nuraghe e il Villaggio Norman, ha visto protagonisti alcuni degli autori della raccolta, fresca di stampa, “Giallo Sardo”, edito da Piemme Edizioni.

Un insieme di racconti, come lo si può vedere, oppure un romanzo corale in cui a emergere è un unico filo conduttore: l’appartenenza a una terra dicotomica. Forte, aspra, docile e immensamente bella. 

La Sardegna. 

La sua aria salata, la natura selvaggia dell’entroterra.

Il bene e il male. 

Variegati i territori, come le dieci storie presenti nel libro.

Da qualche anno ormai, per me, leggere un libro non si ferma soltanto a… leggere un libro. 

In tantissime occasioni, grazie all’Associazione Argonautilus, ho la possibilità di partecipare attivamente all’organizzazione di eventi come questo, che permettono di solcare le viscere di tutto ciò che sta all’interno. 

Come nascono le idee, il rapporto con le case editrici, le librerie, il contatto con il pubblico.

Lo scambio.

Che non si è mai arenato, a dire il vero, nemmeno nei mesi passati e fermi, che fanno fatica a scorrere via del tutto.

Sentirlo di nuovo vivo, pulsare insieme a questa terra, è però un’emozione che non può essere eguagliata.  

Il contenuto dell’evento in sé e la collaborazione di ogni soggetto presente ha reso reale e possibile questo incontro, in meraviglia e sicurezza. 

Binomio che ora, più che mai, è necessario perché si possa godere a pieno del bello.

Grazie. 

Un’altra vigilia

13 maggio 2020

E questa sarebbe stata un’altra vigilia, perchè noi di ArgoNautilus, con la Fiera del Libro di Iglesias, in questi giorni saremmo stati a Torino, pronti come ogni anno, per il Salone Internazionale del Libro.
Ad assaporarlo fin dai giorni prima, quando bisogna stampare i badge e fare conoscenza con lo staff delle porte logistiche; quando il Lingotto sembra ancora un cantiere, con i muletti in movimento, i grandi portali spalancati a creare una corrente di solito gelida, tra stand in rapido allestimento, luci da montare, rotoli di moquette da stendere, grandi pannelli ancora da scartare, quintali di libri da sistemare.
E poi vivere il giorno dell’inaugurazione, quando d’improvviso è tutto pronto, la moquette ancora immacolata, i bar (finalmente) a pieno regime, gli editori e i librai pronti per cinque giorni di lavoro massacrante, ad accogliere orde di lettori scatenati, a organizzare incontri, a incontrare colleghi, autori, amici. Poi alle dieci in punto, magicamente, le porte si aprono e tutto comincia.
E ancora superare il grande assalto di folla del weekend, quando un posto in cui sedersi per la pausa pranzo diventa un sogno e la fila fuori dai bagni un incubo, ma è tutta vita, energia, entusiasmo, centinaia di migliaia di persone frenetiche, cariche di borse e libri, che si spostano tra i padiglioni con la mappa in mano, per non perdere un evento, cominciare una fila, o trovare un libro che “solo qui si può trovare”, ed è vero, ed è bellissimo.
Fino poi al fatidico lunedì, quando tutto rallenta, e si è esausti ma ci si sente carichi, appagati per i nuovi incontri, il fermento accumulato, le idee che si sono viste nascere e che già ne stanno alimentando di nuove.
Per tutte queste ragioni consigliamo di essere a Torino per il Salone del Libro agli alunni delle scuole con cui lavoriamo; agli insegnanti, ai dirigenti scolastici, naturalmente agli amici, anche a chi di editoria non si interessa e non ha intenzione di interessarsi, anche a chi dice che non legge un libro da dieci anni.
Perché il Salone del Libro è un’esperienza da vivere.
Quest’anno, certo, sarà un’esperienza diversa, per le ragioni che ben conosciamo. Domani inizia uno strano SaloneEXTRA, online, con una lezione di Alessandro Barbero Storico in diretta dalla Museo Nazionale del Cinema di Torino – Mole Antonelliana, in diretta FB dalle ore 19:00.
Sarà bello certo, ma non sarà lo stesso.
Però, in attesa di una nuova edizione “in presenza”, una cosa possiamo fare, per festeggiare. Andiamo in libreria e compriamo un libro. Inauguriamo così il nostro personalissimo Salone del Libro e sosteniamo i nostri amici librai. Non sarà proprio lo stesso, ma sarà la nostra testimonianza, oltre che – come sempre – un investimento sul futuro.
Quando a Torino, al Salone quello vero, torneremo tutti insieme.

Lockdown-La lista della spesa

Lockdown-La lista della spesa

LOCKDOWN – LA LISTA DELLA SPESA

CAPITOLO 1 

Autrici: Erika Carta e Laura Altobelli

Foto di Barbara Pau

Sono giorni ormai che vorrei scriverle.

Un messaggio, breve.

No.

Digito… e cancello.

Se potessi le invierei solo 5 lettere, come un dardo luminoso sparato nell’aria:

“Aiuto”.

Ma non è possibile.

Perché?

E allora mi viene una domanda che potrei farle, mascherata certo, ma tanto lei me le fa sempre cadere tutte le maschere.

E infatti…

“Ciao. ❤ Come va?”-

“Bene amica mia, bene. Sto provando a riposarmi. Tu?”

“Io altalena. No montagne russe. No, peggio. Volevo sapere se tu la stai vivendo da umana o da psicologa questa situazione. Fammela una rubrica, anche piccola, di consigli”.

“La prepariamo insieme. Io buttò giù e tu aggiusti”.

“❤ Non so se lo stai facendo volontariamente o inconsciamente, ma già mi aiuti 🙏🏼”

“Entrambe le cose 😉”.

Eeee giù la maschera.

Scrivere.

Ogni persona che mi conosce, bene e non, mi sta dicendo: “Scrivi su questo!”

Folli! È impossibile. Io, in mezzo al dolore e al terrore… sono movimento apparente.

Immobile.

Però con il suo aiuto potrei riuscirci, penso.

Ho mille domande e lei avrà risposte.

Certo, detta così sembra facile ma no, è tutt’altro.

Volete un esempio?

Torniamo alla mia “domanda”, o meglio, dardo luminoso, “aiuto”!

“Fammela una rubrica, anche piccola, di consigli”.

Direttivi con noi stessi

Riprogrammarsi di mezz’ora in mezz’ora

Resilienti

Autocritici

Generativi”

“E che è?! Sembra la lista della spesa!”

E attendo.

E nel mentre mi rigiro questi cinque punti tra le dita, a fior di labbra.

Alcuni pulsano di luce fioca, altri sono oscuri.

“Autocritici”, per esempio, so già che non mi piacerà. O forse si?

Ci sarà sicuramente da lavorarci.

E… non vedo l’ora!

Questo sì che sarà bello metterlo nero su bianco, fissarlo alla carta, aggrapparmi ad essa insieme all’inchiostro, specchio specchio delle mie brame.

“Ciao Ery eccomi, ho dormito e riposato per una settimana. 

E ho imparato la prima lezione di questa quarantena: il mio corpo ha bisogno di sette giorni per riposare e rigenerarsi, una volta disinnescato il mio pilota automatico che in sintesi chiamiamo: -Senso di responsabilità e del dovere-.

Ho ascoltato solo i ritmi e i bisogni del corpo. Dovevo farlo prima, non certo aspettare una pandemia e una serie di decreti ministeriali per fermarmi.

Non ci sono riuscita, a farlo prima, ma ho imparato.

Questo virus ci costringe a stare a casa, per chi ha la fortuna di poter stare a casa, a guardare ciò che in noi dimora: le nostre risorse e le nostre aree critiche ancora in cura.

Tornando alla lista della spesa, il mio sistema nervoso è pronto a essere di nuovo generativo.

Qualunque emozione sopraggiunga o si provi davanti a questo evento complesso va bene, è adattiva, è necessaria, è umana.

L’emergenza disattiva la neocorteccia e iperattiva il sistema limbico: quella parte del cervello che è maggiormente coinvolta nell’esperienza emotiva.

Siccome non è “robetta” che si risolverà in una settimana, questa dolorosa e complessa pandemia di COVID – 19 del 2020, mi piacerebbe che questo isolamento forzato fosse un’occasione per stare fermi ma in maniera dinamica. 

E, tornando alla lista, ho pensato di individuare quelli che sono per me, gli ingredienti primari che un adulto potrebbe usare per affrontare questa situazione.

Io te li spiego, però poi sei Tu che li devi riempire di significato, con i Tuoi di significati, a seconda di come Tu funzioni e del momento che Tu stai vivendo.

Per i bambini e per gli adolescenti, o giovanissimi adulti, la lista della spesa è un po’ diversa, ma per noi… la immagino così:

– Direttivi con noi stessi: significa che dobbiamo avere padronanza di noi e delle nostre azioni, rispetto delle regole che ci vengo richieste. Insomma non possiamo fare quello che ci pare e piace, non mi sembra proprio il momento! 

Questo ha e avrà un costo emotivo enorme da tollerare intimamente in termini di costrizione, soffocamento, rabbia, tristezza, noia o al contrario senso di tutela e protezione, ma non possiamo farne a meno”

Ecco, io rispetto queste nuove regole, per paura. E me ne faccio scudo. Ma mi sa tanto che la paura non ha l’aria di esser una padrona efficiente e diplomatica, in questa situazione. 

Devo rispettare le regole sì, ma con consapevolezza. 

E al diavolo la mia famosa e conclamata -claustrofobia-. 

È ora di farci due chiacchiere, da buone amiche.

Sulla bilancia, il peso emotivo.

“- Riprogrammarsi di mezz’ora in mezz’ora: questa roba l’ho imparata un po’ di tempo fa, quando la vita mi ha messo di fronte buona parte delle mie più grandi paure. Così, per sopravvivere, ho imparato una riprogrammazione di mezz’ora in mezz’ora. Oggi mi è utilissima! Ve la consiglio: programmate il tempo passetto per passetto, fate una chiamata che non avevate avuto il coraggio o il tempo di fare, aggiornate un curriculum, leggete un piano di studi che avevate messo in un cassetto, mettetevi la crema sul corpo, fatevi un bel pianto, scrivete, leggete, cucinate, pregate, cantate, supportate”.

Farà sempre parte di quel -non correre a perdifiato per vedere cosa c’è alla fine- ma muovi un passo, il primo. 

Poi un altro, e un altro ancora. 

Percorso tracciato, cronometro: i primi trenta minuti.

Ora scrivo, poi… 

“- Resilienti non è una condizione, ma un processo che si costruisce giorno per giorno. Significa che -tieni botta- davanti a questo evento complesso, pur sentendo il massimo della tua vulnerabilità. 

La senti in maniera incarnata ma non ti spezzi. 

Oggi, siamo chiamati a essere resilienti”.

Wow, il fatto che non sia una condizione, mi consola. Il fatto che oggi, siamo chiamati a esserlo, fa tanto Formazione Dell’Esercito di Resilienza. 

Ebbene, mi arruolo. 

Figura filiforme, vetro di Murano, oscillo DI CONTINUO pensando che se la forza di gravità schiaccerà un altro po’, mi romperà in mille pezzi. 

Mi sento spingere sull’orlo del burrone, piegata, mi manca la terra da sotto i piedi. Sarebbe facile e tremendo lasciarmi andare, perciò riacquisto terreno, indietro. 

Cerco di tornare dritta ogni volta che posso, a fatica. Ma sempre.

“- Autocritici: ogni tragedia ti fornisce la massima informazione sul tuo modo di funzionare, se non ti giri a guardare gli altri, ma metti a fuoco bene dentro di te, vedi con più chiarezza cosa puoi esplorare, accarezzare e aggiustare di te”. 

Eccallà. Lo sapevo che -Autocritici- sarebbe stato insidioso. 

Pochissimo tempo fa, quando -i problemi erano altri- e questo era invece uno spettro sfuocato e lontano, da film (ammetto tristemente), mi è stato detto a voce alta: -Sì, ma tu! Cosa provi? TU! Mi stai sempre parlando degli altri, mai di TE.

TU COSA PROVI?-

E via di zoom adesso. Sotto lente, spiata da me stessa. Osservatrice e osservata nello stesso corpo, nella stessa mente.

Auguri! Ci sarà da divertirsi… vedrai come ti passerà il tempo, altro che impastare gnocchetti freschi!

“- Generativi: essere produttivi nel tempo, fedelmente alla propria natura e al proprio talento. Questo, è per me essere generativi”.

Wow. Talento, che bella parola. E Produttività… più spigolosa, ma vanno a braccetto, vero?

Mi attira e mi riattiva la circolazione mentale.

E sai dove sento il formicolio che stava sopito? 

Nelle punta delle dita.

-Generativi- l’ultima voce della lista.

“Oggi amica mio, io e te abbiamo generato, un piccolo pezzo scritto”.

Alla fonte delle parole

Alla fonte delle parole

Avida di parole da quando ricordo di ricordare, o forse anche prima, mi sono imbattuta in un libro che narra della fonte da cui sgorgano.

Inesorabili e prepotenti, delicate e deliziose, stanno sempre con me.

Corsi d’acqua in continuo movimento o fotogrammi scattati in tempi remoti e per sempre conservati immobili nel cassetto della memoria.

E di memoria, parla l’autrice Andrea Marcolongo. Pozzo da cui attinge, riconoscendo 99 parole che fanno parte della sua vita e che, se state bene attenti, potete fare anche vostre, in questo lessico di condivisione di cui ci ha fatto regalo.

Non le avevo mai guardate sotto questa luce, che antica fiammeggia e tutta nuova rischiara il loro significato essenziale. Come un guscio d’uovo, a lungo covato nel tepore della cura, che quando si spacca emana bagliori dalle sue crepe.

Così, è stato per me questo libro. Meraviglia, pagina dopo pagina.

Fasci di consapevolezza brillante e specchio dentro cui annegare per ritrovarsi.

Rinascita e conferme.

Termini come “lemma” “etimo” “panromanza”, che mi fanno sentire allacciata a questo mondo più che mai.

Dire, sempre.

Ci sono entrata dentro, godendo di sapienza dall’inizio alla fine, leggera ma non più superficiale.

Ho pensato di salvare un solo etimo, che fosse tutto mio.

L’ho trovato quasi subito, emozionata.

Ma poi, come margherite in un prato verde, ne sono spuntati altri.

Ognuno con il suo perché, perle incastonate nel mio essere.

Eppure, chiusa l’ultima pagina, ha rimbombato, come battito di cuore, quello che avevo scelto già in principio.

Non sono più tanto sicura che sia stata un’azione mia, quanto più che la parola abbia trovato me, ancora una volta.

È il mio turno di condividerla e perpetrarla.

Leggere.

“Quello di leggere è uno dei miei etimi preferiti di sempre, perché, se ripercorso a ritroso e con cura, indica che senza parole non può esistere decisione alcuna”.

“In greco antico, il verbo légo, che rimanda direttamente al latino legere, significava sia raccogliere, sia scegliere, sia raccontare”.

“Raccontami una storia: da sempre il primo istinto, il primo bisogno, degli essere umani. Per vincere la paura del buio, dell’ignoto, dei fantasmi, della morte”.

“E grazie al potere delle parole, trasformiamo la vita in narrazioni che ci fanno sentire un poco più al sicuro, e un poco meno spersi”.

“In fondo solo questo significa parlare, e allo stesso tempo leggere: non tanto acquistare un libro da tenere per anni su un comodino finché non sarà ricoperto di polvere, la copertina sbiadita dal sole che ogni mattino filtra dalla finestra. Bensì, in mezzo a mille e mille grumi emotivi, saper scegliersi. Dunque, saper dirsi”.

Andrea Marcolongo.

©Erika Carta

Qualcosa di tutto. Argonaute a Roma.

Qualcosa di tutto. Argonaute a Roma.

Vi siete mai guardati negli occhi?

No, non guardati allo specchio, che quello è facile… lo fanno tutti.

Proprio negli occhi, intendo.

A me è capitato nel viaggio in treno che mi riportava all’aeroporto.

I bordi del mondo fuori dal finestrino si sono scoloriti e allora ho incrociato il mio sguardo, ho messo a fuoco me stessa.

Non ho potuto far altro che sorridere, ancora.

Quel che ci ho visto dentro sono state le lucine di autentica gioia che in nessun modo posso, né tanto meno voglio nascondere.

 

Qualche settimana prima avevo ricevuto una telefonata: “Vieni a Roma?”

Quante volte ci avevo pensato, a quella Roma vista soltanto una volta, desiderio inconscio e realtà imprigionata nel cuore per sempre.

“Impossibile” avevo risposto.

Ma la spinta alla vita, certe volte, fa tutto da sé.

Siamo partite, in veste per metà Lettrici e per metà Argonaute, che poi è un po’ come dire che siamo partite così, come siamo.

Qualcosa era nell’aria, Qualcosa stava per succedere.

E non una cosa qualunque, una cosa abbastanza.

Qualcosa di Troppo, come sempre quando  ci sono in pista le emozioni che ballano.

Come la principessa nata da Qualcuno di Importante e Una di noi, ma ancora prima dalla penna di Chiara Gamberale.

Sarebbe stato troppo poco lasciarla soltanto scritta tra le pagine di un libro.

L’abbiamo vista nel suo ingresso sopra il palco di un teatro, il Piccolo Eliseo, gridare: IO ESISTO!

Siamo arrivate mentre il cielo di Roma piovigginava leggero.

Bizzarro come cambia la percezione del tempo quando si è felici. Il mio si dilata.

Tutti abbiamo il cuore a groviera, per qualcosa di brutto che ci è accaduto. Ma se impariamo a lasciare in pace quel buco e a vederlo come un passaggio segreto non ne saremo sovrastati e rimarrà lo spazio per tutte quelle cose luminose che ci carezzano.

Qualcosa è accaduto. Incontri inaspettati e piacevoli chiacchierate. Incontri vecchi e sempre belli. Incontri nuovi, fatti di sorrisi, abbracci e dediche. Poche parole scambiate su terreni promettenti. Sogni incrociati che forse prima temevo persino di avere. Se me lo avessero raccontato non ci avrei creduto che in un sabato qualunque sarei stata seduta sulla poltrona di un teatro a parlare di libri.

La fede è un concetto così controverso, eppure esiste. E la mia è credere fermamente al potere di questo ammasso di carta e parole. E a ciò che irradia tutto intorno.

E poi… poi Roma.

Antica città, grondante di bellezza che di nuovo mi ha lasciata senza fiato. La meraviglia di scoprirne la grandezza  passeggiando sulle sue strade come fosse la prima volta, i piedi dolenti e gli zigomi all’insù.

Dietro ogni angolo un’immensità che riempie gli occhi.

Quanti se ne sono posati sulle tue pietre di storia.

Luci nuove, luci riflesse.

Un giorno durato un minuto o forse una vita intera, fuori da ogni tempo.

 

Siamo tornate alla base inevitabilmente più ricche, come sempre accade quando si intraprende un viaggio.

E in valigia con noi abbiamo portato nuovi SÌ di speranza per il futuro.

 

 

 

Gioia a profusione

“Non sto più nella pelle”.

Mi è sempre piaciuta questa espressione, trovo sia la descrizione che più si avvicina a come sta davvero la realtà, alcune volte.

Senti che qualcosa custodito profondamente nel tempo, scalpita con frenesia battendo più forte perfino del cuore. Si proietta fuori, verso ciò che sarà ma che ancora non è.

Chiassoso, difficile da contenere. Abbatte gli argini e straripa in libertà.

Non sto più nella pelle.

Poi succede che il volume esterno i cui decibel non si possono quantificare, sfuma fino a diventare sussurro unanime, quasi playback.

Non senti nient’altro che brividi in quella pelle ricongiunta finalmente a te stesso.

Succede, quando entri al Salone Internazionale del libro di Torino.

E ti rendi conto dell’immensa fortuna e di “come spesso basti un viaggio, pochi

grammi di coraggio”, per varcare la porta di un sogno.

144.386, scrive il direttore Nicola Lagioia. Anime come te, riunite sotto il tetto del Lingotto Fiere a camminare tra padiglioni di libri e persone, in flussi multidirezionali.

È pazzesco.

Diventa un luogo amplificato, senza tempo. Ti muovi veloce cercando di tenere il passo con gli occhi che schizzano fuori per cercare di carpire ogni dettaglio.

Ogni tanto una voce nella testa ti ricorda che sei davvero lì, perché non è facile crederci.

Te ne vai stanco, ti duole ogni muscolo, fischiano le orecchie, se chiudi gli occhi vedi pile di libri e passi svelti.

Vorresti riposarti a un certo punto, ma sei una bomba di energia sull’orlo dell’esplosione, che quando esplode ti rende suscettibile e insopportabile.

Ma poi ridi. Di gioia a profusione.

Succede tutto questo e di più quando oltre ad andare per la prima volta al Salone internazionale del libro di Torino, ci vai con un gruppo che non è soltanto un’Associazione Culturale, ma una rete di amici. Un gruppo di Argonauti coraggiosi che stanno gettando basi solide per creare qualcosa di sempre più grande: la diffusione della cultura, la cultura del libro, della lettura, della condivisione e della costruzione di mondi perpendicolari e paralleli.

La Fiera del Libro di Iglesias 2018, partner del Superfestival, diventa una goccia nel grande mare di una realtà come quella di Torino, in questa sua 31esima edizione.

Il mare intorno.

Ispirato al romanzo dell’autore sardo Giulio Angioni, è questo il titolo dell’evento che vede il cuore pulsante di Argonautilus raccontare cosa c’è sotto l’organizzazione di una fiera letteraria in una città come Iglesias. In particolare il balzo di crescita che ha fatto in questa sua terza edizione, guidata dal tema Costruire – Nec sine labore.

E si ricrea un po’ di quella magia.

Ancora una volta a riunirsi in festa, per narrare, sono state le persone. L’Assessore alla Cultura, vicesindaco di Iglesias Simone Franceschi; Marco Belli, Livio Milanesio, Chiara Cuttica, Diego Galdino, Daniele Aristarco: autori ed editori presenti in Fiera a Iglesias, che sono arrivati come ospiti e sono andati via come amici hanno raccontato la loro esperienza, mentre in sottofondo scorreva il video, realizzato da Valentino Film the Life, dei quattro giorni di Aprile in cui si è svolta. Momenti immortalati e salvati per sempre.

Tutto questo ha portato davvero un’altra boccata di orgoglio.

Ha arricchito notevolmente il bagaglio con cui ero partita, incontro a questa nuova avventura. C’è sempre tempo per emozionarsi, per imparare, ricevere e donare.

C’è sempre vita nello spazio culturale.

©Erika Carta

Libri: veicolo di emozioni.

Spesso mi sono trovata, come altri prima di me, a elogiare i pregi della mia generazione, classe 1985, a discapito dei giovani di oggi. Questo, oltre a farmi sentire vecchia e antica, come altri prima di me, mi ha lasciato in bocca un retrogusto amaro condito con abbondante preoccupazione per il futuro.
Ho avuto piacevolmente modo di ricredermi.
Ho assistito in prima persona a uno degli incontri che vanno avanti da qualche tempo all’istituto Baudi di Vesme , un progetto della professoressa Federica Musu in collaborazione  con l’Associazione Argonautilus, in seno alla fiera del libro di Iglesias 2018.
Il progetto, ribattezzato “Costruire Emozioni” , si occupa di sondare il terreno dell’educazione sentimentale, questa sconosciuta.
Un reciproco scambio di informazioni, opinioni, domande e risposte tra i ragazzi e le ragazze delle classi IV e V e gli adulti di riferimento che ricoprono il ruolo di insegnante, come Federica Musu.
Veicolo del dibattito: i libri. Potentissima arma, associata per lo più alla scuola, allo studio, ma spesso sottovalutata perfino dagli adulti.
I testi sui quali i ragazzi stanno lavorando sono L’ira di Venere dello scrittore Piergiorgio Pulixi e La consistenza dell’acqua della scrittrice Eleonora Carta.
Si parte dalla lettura di alcuni passi, dando importanza anche ai dialoghi, e si arriva a discutere, a interrogarsi sui vari aspetti che emergono.
Si cerca di sondare le reazioni dei giovani a situazioni più o meno comuni. Prendendo spunto per esempio da alcune pagine de La consistenza dell’acqua si sono analizzati i rapporti interpersonali sulla sfera privata o i ruoli ricoperti nella società, che possono essere asimmetrici come quelli tra studenti e insegnanti oppure tra i coetanei stessi.
Si prendono in considerazione situazioni problematiche se non addirittura morbose, come in alcuni racconti descritti da Piergiorgio Pulixi ne L’ira di Venere.
L’intento formativo è quello di stimolare la discussione, avvicinando temi che in alcuni casi vengono evitati sia a scuola che in casa, spingere i ragazzi e le ragazze a prenderne atto con consapevolezza. Spronarli a mettersi in gioco tramite la comunicazione, la libertà di espressione delle proprie opinioni, la condivisione e il confronto anche di fronte a occhi e orecchie adulte, accorciando per quanto possibile il divario tra le età e le cariche ricoperte.
Quello che è emerso davanti ai miei occhi di giovane ma non più tanto giovane e adulta ma con ancora lo spirito dell’isola che non c’è, è che i ragazzi di oggi come me e gli altri prima di me, a quell’età hanno tutti le stesse paure, insicurezze e fragilità o talvolta sicurezze, convinzioni, reazioni infantili o mature.
È una continua scoperta, un terreno da esplorare e coltivare con cura.

©Erika Carta

Idee in Costruzione

Idee in Costruzione

“Nessuno ti regala nulla”

“Niente succede per caso”

“Le cose non cadono dal cielo”

Eppure… Eppure.

Succede che una sera di Giugno prendo posto tra una fila di sedie in plastica blu nel giardino della biblioteca comunale. Lo avevano aperto da qualche tempo ed era veramente carino, con alcuni tavoli sistemati per lo studio, panche per la lettura e le aiuole curate,  con piantine di verbena verdi e profumate. Il sole si rifletteva nei vetri delle finestre che davano sulle sale interne, la calura estiva si svelava appena, era piacevole sulla pelle. Attendevo un po’ spaesata l’inizio dell’evento, mancavano pochi minuti ormai. Non sapevo cosa aspettarmi, non ricordavo di aver mai partecipato alla presentazione di un libro.

C’era un tavolino con sopra una pila di copie del libro, con copertina e titolo accattivanti: “La consistenza dell’acqua”. Una delle bibliotecarie era pronta a dirigere la presentazione e poi c’era l’autrice, una ragazza dalla carnagione chiara con occhiali da sole a contenere qualche ciocca dei lunghi capelli biondi. Diffondeva un’aura che per me aveva già qualcosa di magico. Era una scrittrice, cavolo. Vera, in carne e ossa, aveva scritto un libro vero ed era lì per parlarne con noi. Divenne subito una chiacchierata amichevole: dapprima qualche informazione  sugli studi e le occupazioni; domande sulla trama; poi scavando più a fondo, i perché. Il lavoro che sta dietro alla costruzione delle parole, come prendono vita i personaggi e le loro storie; letture a voce alta tratte dal libro.

Rimasi affascinata da ogni singola parola, nella testa già danzavano sogni e nell’aria correva una certa elettricità che mi faceva sentire nel posto giusto al momento giusto. Una sensazione che provavo davvero di rado in quel periodo. A fine serata mi avvicinai da lei con la mia copia tra le mani e oltre ai complimenti mi venne naturale parlarle di me e di quel che avrei desiderato fare. La sua dedica, un augurio per realizzare i miei sogni.

La rincontrai qualche mese dopo a un’altra presentazione, sempre alla biblioteca, ma nella sala interna. Quella  volta era in veste di relatrice. “La custode del miele e delle api” : un’altra autrice, un’altra storia a prendere vita dentro quelle mura e sempre lo stesso sogno a scoppiare dentro la mia testa. L’inverno volgeva al termine e già si vociferava di una fiera del libro per la prima volta nella mia città, nel mese di Aprile. Fu la relatrice a parlarne ai presenti una volta terminata la presentazione. Faceva parte di un’associazione culturale dal nome strano, Argonautilus, che avrebbe organizzato questo grande evento.

Anche quella sera mi avvicinai. Raccolsi il coraggio a due mani, presentandomi e chiedendole approfondimenti. Mi riconobbe, ricordava di avermi vista tra il suo pubblico. Che piacere inaspettato. Le dissi anche che se avessero avuto bisogno di una mano per l’organizzazione io sarei stata disponibile.

Non so da dove venisse fuori tanta audacia, da me che solitamente stavo nascosta dietro dubbi e paure. Avvertivo una spinta di energia verso il mondo che quella ragazza aveva aperto. Un’esplosione di parole e colori in movimento. Lo sentivo mio più che mai, perché già mi rendevo conto che era popolato. Non potevo ancora sapere quanto .

Non sapevo ancora che avrei seguito tantissime altre presentazioni come quella, che avrei conosciuto altri lettori come me, autori, autrici, librai e sentito parlare di editoria, case editrici e di mondi d’arte collegati tra loro. In quella sera d’inverno, dopo aver ascoltato l’autrice, non avrei mai immaginato che un giorno sarei stata io stessa correlatrice alla presentazione del suo ultimo libro. O che mi sarei iscritta a un corso di editoria e avrei partecipato a un concorso letterario con un racconto tutto mio, vincendo il primo premio. Le mie di parole, dentro un libro.

Ma soprattutto non sapevo che sarei entrata a far parte di un gruppo di persone che sarebbero diventate il tizzone ardente della mia ispirazione continua. Perché è questo. Relazionarsi, conoscere, imparare. Dare qualcosa del proprio io, ricevere e sentirsi parte di una rete in evoluzione, proiettata al futuro e alla costruzione di cose belle.

Si può fare la differenza.

Non è vero che nessuno ti regala nulla, ci sono persone che donano il loro tempo per raggiungere obiettivi comuni. Non è vero che niente succede per caso. Le cose cadono anche dal cielo, con un po’ di fortuna, l’importante è saperle cogliere e soprattutto coltivarle con impegno e dedizione. La fatica, quella verrà certamente ripagata e quando si otterrà qualcosa per cui si è lottato, avrà un significato diverso e una ricchezza inquantificabile.

 

©Erika Carta

 

 

ArgoNautilus al Festival della Scienza di Iglesias

ArgoNautilus al Festival della Scienza di Iglesias

“Bambini, secondo voi cos’è l’intelligenza?”
Mormorii sommessi, qualche risposta coraggiosa soffiata a bassa voce.
“È chiedersi sempre perché” risponde il professore Massimo Lumini, affascinando loro, e non solo.
Così, muoviamo i passi dentro quelle che abbiamo chiamato “Le stanze della mente di un ricercatore”.

Festival della Scienza alla “E. D’Arborea di Iglesias”, a cura dell’Associazione Agorà – I locali della scuola hanno accolto mostre e laboratori che hanno permesso ai visitatori di entrare a sbirciare il mondo di Massimo Lumini,che con le sue ricerche, studi e parole, lega passato presente e futuro. Alcuni allievi del professore hanno fatto esperimenti sull’infinitamente piccolo, con le lenti Blips che trasformano qualsiasi cellulare in un microscopio. In un’altra aula la Dottoressa Maria Salvador Fernandez ha intrattenuto gli ospiti con un bellissimo laboratorio sul magnetismo.

Le ragazze del Liceo Scientifico di Iglesias hanno illustrato quelle che sono le definizioni e i fondamenti della biomimetica, nella mostra “Biomimetica: A lezione dalla natura”. Un arduo compito, cercare di attirare l’attenzione dei più piccoli delle classi elementari. E spiegare loro quanta importanza ha la Natura. Spingerli a capire quanto si può imparare, semplicemente prestando attenzione agli elementi della natura, e quanto abbia ancora da darci: soluzioni a impatto zero per i problemi dell’uomo moderno, già scritte e sperimentate in secoli di evoluzione. Pronte da essere utilizzate.

Noi dell’Associazione Argonautilus, ci siamo occupati della mostra “Wunderkammer 2.0 – nelle stanze della mente di un ricercatore”. La parola, di origine tedesca, significa “Camera Delle Meraviglie” e si riferisce ai luoghi in cui, tra il XVI e il XVIII secolo, venivano esposte raccolte di oggetti straordinari, atte a suscitare la meraviglia dei visitatori. Abbiamo raccontato alle classi che sono venute a trovarci, che alla fine del 1600, quando erano ancora pochi a poter viaggiare su e giù per il mondo, le “Camere delle Meraviglie” divennero antesignane dei musei: stanze piene di oggetti con caratteristiche particolari, nuove e sconosciute, creati dalla natura o talvolta dall’uomo. Libri, piante essiccate, resti di animali o interi animali esotici imbalsamati, reperti archeologici, pietre, manufatti, fino a esempi di deformità in natura, o perfino “falsi” storici come le riproduzioni di animali mai esistiti. Le collezioni, occupavano tutto lo spazio disponibile: riempivano le scansie, i cassetti e tutta la superficie degli espositori, pendevano dal soffitto, stavano appesi alle pareti. Oltre alla natura degli oggetti, era anche la loro quantità e dover meravigliare.

Invece, la nostra Wunderkammer 2.0 (dopo la prima Wunderkammer, creata per la Fiera del Libro di Iglesias 2017 e riproposta al Big Blue Festival 2017) doveva condurre i visitatori dentro le stanze e la mente di un ricercatore. E noi, attraverso un filo di lana rosso, abbiamo guidato bambini e ragazzi nel percorso di libri, appunti, studi e scoperte del nostro Massimo Lumini. Egli stesso ha illustrato una piccola parte delle meraviglie nascoste dietro ai suoi occhi, capaci di osservare la natura, stupendosi ancora e ogni giorno, davanti ai suoi misteri.

Ha parlato di un piccolo omino dentro il suo cervello che lo tiene sveglio chiedendogli sempre: “Perchè?”

A quel punto, si è creata magia. Abbiamo assistito, rapiti, all’annullarsi della differenza di età tra uno studioso di grande esperienza e i piccoli che lo ascoltavano persi nelle sue parole.

Poi è stato un gioco da ragazzi “intervistare” le classi, generando imprevedibili associazione di idee.

“ Quali impressioni e sensazioni ha suscitato in voi, ciò che avete visto e ascoltato?”

“Se aveste la possibilità di possedere una vostra Wunderkammer, quali tesori raccogliereste al suo interno?”

È stato un susseguirsi di risposte, dapprima sussurrate timidamente poi gridate in un’esplosione: “Una paperella volante” , “Mare in barattolo” “Libri antichi” “Scheletri di animali”! Spunti, pensieri che si ispiravano l’un l’altro.

Giornate ricche di insegnamenti, e d’arte. Mi piace pensare che i bambini e ragazzi che sono passati al nostro Festival della Scienza, siano tornati a casa con la mente piena di colori e di “perché”. E sono sicura che lezioni così, lontani dai banchi di scuola, con maestri come Massimo Lumini, abbiano un impatto diverso sulla voglia di studiare, conoscere, imparare e soprattutto MERAVIGLIARSI.

©Erika Carta

La scoperta di Lake

Importante scoperta.

Orrenford e Watkins,  lavorando nel sottosuolo con le lampade, hanno trovato un mostruoso fossile dalla forma cilindrica, di natura sconosciuta, probabilmente un vegetale o un esemplare marino di forma radiale e cresciuto in modo abnorme. Il tessuto ha probabilmente resistito per la presenza di sali minerali. È resistente come il cuoio, ma in certi punti conserva un’elasticità sorprendente. Ci sono segni di lacerazioni alle estremità e ai lati. Da un capo all’altro è lungo oltre un metro e ottanta e al centro ha un diametro di un metro che diminuisce progressivamente fino a trentacinque centimetri sulle estremità. Pare una botte con cinque spigoli sporgenti in sostituzione delle doghe. Al centro di questi spigoli, si annoverano delle appendici laterali simili a steli sottili. Nelle scanalature tra questi vi sono bizzarre escrescenze: creste oppure ali che si ripiegano e si estendono a ventagli. Sono tutte molto danneggiate tranne una che pare larga quasi un paio di metri. Queste ali appaiono come membrane tese su una struttura a intelaiatura di condotti glandolari. Si rilevano piccoli orifizi sull’ossatura a cono che si trova al limitare delle ali.

[…]

da H.P. Lovecraft. Le montagne della follia.

L’ispirazione proviene dalla visita alla Grotta di Santa Barbara, Miniera di San Giovanni, Iglesias.