Connessioni

Connessioni


“Ma anche tu stai sorridendo dietro la mascherina?”

È quello che mi chiede Sara, mentre ci scattano una fotografia alla nostra “postazione di controllo”.

Eccome, se rido. Credetemi, si vede.

Anche dietro gli occhiali mezzo appannati.

Difficilmente si può mentire con lo sguardo.

“Connessioni”. 

Non trovo parola più giusta per descrivere l’esatta sensazione che da mesi, ormai, avevo perduto nel marasma della diffidenza, della paura, dell’oblio.

Connessioni, Festival delle idee Gonnesa 2020 è la rassegna estiva che rientra nel programma “Luci d’estate” per il comune, partner della Fiera del Libro di Iglesias, Gonnesa. 

E deriva dall’antico toponimo “Conesium” che stava ad indicare un crocevia di incontri, scambi e interazioni.

Ecco. 

Quello che è successo ieri sera, 10 luglio, è stato questo.

Al Nuraghe di Seruci, luogo pregno di storia con il sole che, indisturbato, tramontava dietro gli alberi piegati dal maestrale.

Il primo dei cinque incontri a cura di Argonautilus che si snoderanno tra il Nuraghe e il Villaggio Norman, ha visto protagonisti alcuni degli autori della raccolta, fresca di stampa, “Giallo Sardo”, edito da Piemme Edizioni.

Un insieme di racconti, come lo si può vedere, oppure un romanzo corale in cui a emergere è un unico filo conduttore: l’appartenenza a una terra dicotomica. Forte, aspra, docile e immensamente bella. 

La Sardegna. 

La sua aria salata, la natura selvaggia dell’entroterra.

Il bene e il male. 

Variegati i territori, come le dieci storie presenti nel libro.

Da qualche anno ormai, per me, leggere un libro non si ferma soltanto a… leggere un libro. 

In tantissime occasioni, grazie all’Associazione Argonautilus, ho la possibilità di partecipare attivamente all’organizzazione di eventi come questo, che permettono di solcare le viscere di tutto ciò che sta all’interno. 

Come nascono le idee, il rapporto con le case editrici, le librerie, il contatto con il pubblico.

Lo scambio.

Che non si è mai arenato, a dire il vero, nemmeno nei mesi passati e fermi, che fanno fatica a scorrere via del tutto.

Sentirlo di nuovo vivo, pulsare insieme a questa terra, è però un’emozione che non può essere eguagliata.  

Il contenuto dell’evento in sé e la collaborazione di ogni soggetto presente ha reso reale e possibile questo incontro, in meraviglia e sicurezza. 

Binomio che ora, più che mai, è necessario perché si possa godere a pieno del bello.

Grazie. 

A Carlos Ruiz Zafón

A Carlos Ruiz Zafón

Non è semplice spiegare il legame che si crea tra un libro e il suo lettore. 

Chi parla questa lingua codificata, sa bene cosa intendo.

E immancabilmente, la persona che il libro l’ha scritto, entra di diritto in quella cerchia di amici stretti, strettissimi, che non c’è bisogno di essersi mai incontrati per aver speso insieme un tempo che non ha eguali.

Ecco perché, quando giri l’ultima pagina, senti che quell’amico ti mancherà da subito e che, allo stesso tempo rimarrà per sempre con te.

“Non so dire se dipese da queste riflessioni, dal caso o dal suo parente nobile, il destino, ma in quell’istante ebbi la certezza di aver trovato il libro che vi avrei adottato, o meglio, il libro che avrebbe adottato me. Sporgeva timidamente da un ripiano, rilegato in pelle color vino, col titolo impresso sul dorso a caratteri dorati. Accarezzai quelle parole con la punta delle dita e lessi in silenzio.

JULIÁN CARAX 

L’ombra del vento”.

È di pochi giorni fa la terribile notizia della prematura morte di Carlos Ruiz Zafón, lo scrittore spagnolo che ha portato tutti noi a camminare in una notte in cui “i lampioni delle ramblas impallidivano accompagnando il pigro risveglio della città, pronta a disfarsi della sua maschera di colori slavati”. 

L’uomo che ci ha fatto fermare “davanti a un grande portone di legno intagliato, annerito dal tempo e dall’umidità […] il cadavere di un palazzo, un mausoleo di echi e di ombre […] un tempio tenebroso, un labirinto di ballatoi con scaffali altissimi zeppi di libri, un enorme alveare percorso da tunnel, scalinate, piattaforme e impalcature: una gigantesca biblioteca dalla geometria impossibile”.

Il Cimitero dei Libri Dimenticati.

Mi vengono i brividi ogni volta che lo leggo, lo sento, ne parlo. Come fosse la prima volta, quando piena di meraviglia lo scoprivo tramite gli occhi di un quasi undicenne Daniel Sempere.

Davvero mi riesce complicato trovare parole per dire in quanta magia mi sia imbattuta, percorrendo queste pagine. 

E non si tratta solo di un libro che parla di libri o di storie avvincenti e misteri da svelare. 

Zafón è tanto di più.

In tutte le sue opere, ogni personaggio dismette tali abiti, diventando semplicemente una persona. Così ben caratterizzata, così umanamente sfaccettata, che è impossibile passare oltre. 

“Non sapevo ancora che, prima o poi, l’oceano del tempo ci restituisce i ricordi che vi seppelliamo. Quindici anni più tardi, mi è tornato alla mente quel giorno. Ho visto quel ragazzo girovagare nella bruma della stazione Francia e il nome di Marina si è infiammato di nuovo come una ferita recente. Tutti custodiamo un segreto chiuso a chiave nella soffitta dell’anima. Questo è il mio”. 

Come Marina, fiamma di luce in un paesaggio tetro e sinistro.

La smania di leggere fino all’ultima parola freme chiassosa eppure ogni vita raccontata lì dentro, ogni legame, ogni luogo, ti si attaccano addosso con lentezza, in profondità.

“Possedeva uno strano fascino che seduceva in modo lento ma inesorabile”.

Storie di coraggio, storie dove l’amore illumina costantemente il percorso e l’amicizia tiene in vita società segrete, anche dopo che si sciolgono, come la Chowbar Society.

“Lì eravamo cresciuti senz’altra famiglia che noi stessi e senza altri ricordi che le storie che ci raccontavamo intorno al fuoco a notte fonda, nel cortile della vecchia casa abbandonata che sorgeva all’angolo tra Cotton Street e Brabourne Road, un casermone in rovina che avevamo ribattezzati il Palazzo della Mezzanotte”.

I libri di Carlos Ruiz Zafón sono una scossa elettrica la prima volta che ti imbatti in loro. Scrigno di meraviglie a cui tornare infinite volte sentendosi come a casa di un amico fedele.

Le parole sopravvivono a ogni male del mondo, creando unioni profonde che vanno oltre i confini.

L’unico pensiero che si affaccia alla mia mente è questo, e te lo dedico, amico:

“Vivrai per sempre. Grazie.”


Breve storia della letteratura rosa

Breve storia della letteratura rosa

C’è stato un periodo, quand’ero più che adolescente ormai, in cui ogni sabato mattina mi recavo nella biblioteca della città, con mia zia, a fare incetta di libri per la settimana. 

Erano anni sospesi, in cui tutto poteva essere (o non essere, a onor del vero).

Sorelle gemelle di “Bridjet Jones” e con “I love shopping” di Sophie Kinsella, siamo entrate in un mondo di cui, poi, abbiamo cercato infinite repliche.

Sognare, attraversare ostacoli e imprevisti  con un pizzico di ironia a fior di labbra e arrivare al lieto fine con il cuoregonfio d’amore e speranza. Appagate dalle parole.

Ricordo una collana in particolare, la “Red Dress Ink”, di cuinessun titolo s’è fatto salvo dai miei avidi occhi.

E oggi, leggerne su “Breve storia della letteratura rosa”, mi ha fatto venire i brividi, di quelli che fanno riaffiorare ricordi di un tempo andato. 

Il libro, edito dalla casa editrice umbra, Graphe.it, fa partedella collana “Parva”, dedicata ai saggi brevi.

“Parva scintilla magnum saepe excitat incedium”.

“Una piccola scintilla è spesso causa di un grande incendio”.

Libri gioiello, così mi piace pensarli.

Soprattutto, per quanto mi riguarda, se si parla di letteratura.

Scintilla che, davvero, genera un incendio di sapere.

Così, Patrizia Violi, giornalista che si occupa di attualità, costume e psicologia, ci racconta tra le pagine il percorso di questa letteratura, a partire dal colore: il rosa. 

Tipicamente associato alle donne, é un colore rassicurante, che semplifica la realtà, lenendo un po’ di quella parte cinica e dolorosa della quotidianità.

Come un analgesico.

Il suo è un excursus che parte dal 1740, nel mondo di “Pamela, o la virtù premiata” (Samuel Richardson) per arrivare ai giorni nostri, con “After” (Anna Todd).

E nel mezzo, lo spaccato di una condizione, quella femminile, in perenne evoluzione che mai, si ferma ad accettarepassivamente le circostanze esterne, diventando così continua fonte di ispirazione per scrittrici e scrittori del genere. 

Che siano i tempi del patriarcato, del ventennio fascista o l’era del consumismo; che la critica continui a trovarsi in dissensocon il pubblico, “il rosa è duttile, non sparisce e si rigenera”, come scrive la Violi.

E d’altronde, altro non fa se non espletare il compito della letteratura, di qualunque colore sia e a chiunque sia rivolta: essere lente di ingrandimento sulla società, offrire un’altraprospettiva, una diversa angolazione, un nuovo modo di vedere le cose.

Con il tempo, il mio modo di leggere è cambiato, eppuretalvolta sento la necessità di tornarci, al rosa, o di cercarlo trale righe in qualunque libro o nelle immagini davanti alloschermo, in film e serie tv.

È un po’ come guardarsi allo specchio, riconoscersi e allostesso tempo cercare di sbirciare oltre.

Leggere questa breve storia è stato come fare un tuffonell’ottimismo, che di questi tempi se ne sente un gran bisogno.

Come scartare un cioccolatino e gustarlo in un solo boccone.

Squisito.

E con un retrogusto piccante:

“Good girls go to heaven, bad girls go everywhere”.

©Erika Carta

Lockdown-La lista della spesa

Lockdown-La lista della spesa

LOCKDOWN – LA LISTA DELLA SPESA

CAPITOLO 1 

Autrici: Erika Carta e Laura Altobelli

Foto di Barbara Pau

Sono giorni ormai che vorrei scriverle.

Un messaggio, breve.

No.

Digito… e cancello.

Se potessi le invierei solo 5 lettere, come un dardo luminoso sparato nell’aria:

“Aiuto”.

Ma non è possibile.

Perché?

E allora mi viene una domanda che potrei farle, mascherata certo, ma tanto lei me le fa sempre cadere tutte le maschere.

E infatti…

“Ciao. ❤ Come va?”-

“Bene amica mia, bene. Sto provando a riposarmi. Tu?”

“Io altalena. No montagne russe. No, peggio. Volevo sapere se tu la stai vivendo da umana o da psicologa questa situazione. Fammela una rubrica, anche piccola, di consigli”.

“La prepariamo insieme. Io buttò giù e tu aggiusti”.

“❤ Non so se lo stai facendo volontariamente o inconsciamente, ma già mi aiuti 🙏🏼”

“Entrambe le cose 😉”.

Eeee giù la maschera.

Scrivere.

Ogni persona che mi conosce, bene e non, mi sta dicendo: “Scrivi su questo!”

Folli! È impossibile. Io, in mezzo al dolore e al terrore… sono movimento apparente.

Immobile.

Però con il suo aiuto potrei riuscirci, penso.

Ho mille domande e lei avrà risposte.

Certo, detta così sembra facile ma no, è tutt’altro.

Volete un esempio?

Torniamo alla mia “domanda”, o meglio, dardo luminoso, “aiuto”!

“Fammela una rubrica, anche piccola, di consigli”.

Direttivi con noi stessi

Riprogrammarsi di mezz’ora in mezz’ora

Resilienti

Autocritici

Generativi”

“E che è?! Sembra la lista della spesa!”

E attendo.

E nel mentre mi rigiro questi cinque punti tra le dita, a fior di labbra.

Alcuni pulsano di luce fioca, altri sono oscuri.

“Autocritici”, per esempio, so già che non mi piacerà. O forse si?

Ci sarà sicuramente da lavorarci.

E… non vedo l’ora!

Questo sì che sarà bello metterlo nero su bianco, fissarlo alla carta, aggrapparmi ad essa insieme all’inchiostro, specchio specchio delle mie brame.

“Ciao Ery eccomi, ho dormito e riposato per una settimana. 

E ho imparato la prima lezione di questa quarantena: il mio corpo ha bisogno di sette giorni per riposare e rigenerarsi, una volta disinnescato il mio pilota automatico che in sintesi chiamiamo: -Senso di responsabilità e del dovere-.

Ho ascoltato solo i ritmi e i bisogni del corpo. Dovevo farlo prima, non certo aspettare una pandemia e una serie di decreti ministeriali per fermarmi.

Non ci sono riuscita, a farlo prima, ma ho imparato.

Questo virus ci costringe a stare a casa, per chi ha la fortuna di poter stare a casa, a guardare ciò che in noi dimora: le nostre risorse e le nostre aree critiche ancora in cura.

Tornando alla lista della spesa, il mio sistema nervoso è pronto a essere di nuovo generativo.

Qualunque emozione sopraggiunga o si provi davanti a questo evento complesso va bene, è adattiva, è necessaria, è umana.

L’emergenza disattiva la neocorteccia e iperattiva il sistema limbico: quella parte del cervello che è maggiormente coinvolta nell’esperienza emotiva.

Siccome non è “robetta” che si risolverà in una settimana, questa dolorosa e complessa pandemia di COVID – 19 del 2020, mi piacerebbe che questo isolamento forzato fosse un’occasione per stare fermi ma in maniera dinamica. 

E, tornando alla lista, ho pensato di individuare quelli che sono per me, gli ingredienti primari che un adulto potrebbe usare per affrontare questa situazione.

Io te li spiego, però poi sei Tu che li devi riempire di significato, con i Tuoi di significati, a seconda di come Tu funzioni e del momento che Tu stai vivendo.

Per i bambini e per gli adolescenti, o giovanissimi adulti, la lista della spesa è un po’ diversa, ma per noi… la immagino così:

– Direttivi con noi stessi: significa che dobbiamo avere padronanza di noi e delle nostre azioni, rispetto delle regole che ci vengo richieste. Insomma non possiamo fare quello che ci pare e piace, non mi sembra proprio il momento! 

Questo ha e avrà un costo emotivo enorme da tollerare intimamente in termini di costrizione, soffocamento, rabbia, tristezza, noia o al contrario senso di tutela e protezione, ma non possiamo farne a meno”

Ecco, io rispetto queste nuove regole, per paura. E me ne faccio scudo. Ma mi sa tanto che la paura non ha l’aria di esser una padrona efficiente e diplomatica, in questa situazione. 

Devo rispettare le regole sì, ma con consapevolezza. 

E al diavolo la mia famosa e conclamata -claustrofobia-. 

È ora di farci due chiacchiere, da buone amiche.

Sulla bilancia, il peso emotivo.

“- Riprogrammarsi di mezz’ora in mezz’ora: questa roba l’ho imparata un po’ di tempo fa, quando la vita mi ha messo di fronte buona parte delle mie più grandi paure. Così, per sopravvivere, ho imparato una riprogrammazione di mezz’ora in mezz’ora. Oggi mi è utilissima! Ve la consiglio: programmate il tempo passetto per passetto, fate una chiamata che non avevate avuto il coraggio o il tempo di fare, aggiornate un curriculum, leggete un piano di studi che avevate messo in un cassetto, mettetevi la crema sul corpo, fatevi un bel pianto, scrivete, leggete, cucinate, pregate, cantate, supportate”.

Farà sempre parte di quel -non correre a perdifiato per vedere cosa c’è alla fine- ma muovi un passo, il primo. 

Poi un altro, e un altro ancora. 

Percorso tracciato, cronometro: i primi trenta minuti.

Ora scrivo, poi… 

“- Resilienti non è una condizione, ma un processo che si costruisce giorno per giorno. Significa che -tieni botta- davanti a questo evento complesso, pur sentendo il massimo della tua vulnerabilità. 

La senti in maniera incarnata ma non ti spezzi. 

Oggi, siamo chiamati a essere resilienti”.

Wow, il fatto che non sia una condizione, mi consola. Il fatto che oggi, siamo chiamati a esserlo, fa tanto Formazione Dell’Esercito di Resilienza. 

Ebbene, mi arruolo. 

Figura filiforme, vetro di Murano, oscillo DI CONTINUO pensando che se la forza di gravità schiaccerà un altro po’, mi romperà in mille pezzi. 

Mi sento spingere sull’orlo del burrone, piegata, mi manca la terra da sotto i piedi. Sarebbe facile e tremendo lasciarmi andare, perciò riacquisto terreno, indietro. 

Cerco di tornare dritta ogni volta che posso, a fatica. Ma sempre.

“- Autocritici: ogni tragedia ti fornisce la massima informazione sul tuo modo di funzionare, se non ti giri a guardare gli altri, ma metti a fuoco bene dentro di te, vedi con più chiarezza cosa puoi esplorare, accarezzare e aggiustare di te”. 

Eccallà. Lo sapevo che -Autocritici- sarebbe stato insidioso. 

Pochissimo tempo fa, quando -i problemi erano altri- e questo era invece uno spettro sfuocato e lontano, da film (ammetto tristemente), mi è stato detto a voce alta: -Sì, ma tu! Cosa provi? TU! Mi stai sempre parlando degli altri, mai di TE.

TU COSA PROVI?-

E via di zoom adesso. Sotto lente, spiata da me stessa. Osservatrice e osservata nello stesso corpo, nella stessa mente.

Auguri! Ci sarà da divertirsi… vedrai come ti passerà il tempo, altro che impastare gnocchetti freschi!

“- Generativi: essere produttivi nel tempo, fedelmente alla propria natura e al proprio talento. Questo, è per me essere generativi”.

Wow. Talento, che bella parola. E Produttività… più spigolosa, ma vanno a braccetto, vero?

Mi attira e mi riattiva la circolazione mentale.

E sai dove sento il formicolio che stava sopito? 

Nelle punta delle dita.

-Generativi- l’ultima voce della lista.

“Oggi amica mio, io e te abbiamo generato, un piccolo pezzo scritto”.

La misura eroica

La misura eroica

“Indicibili sono i colori dell’acqua, perché non si può chiamare per nome  la luce che l’accende di giorno – trasparente, blu, cristallo, perla – e la spegne di notte – nero, vino, luna”.

Il mare. 

Così lo descrive Andrea Marcolongo nelle prime pagine de “La misura eroica”, e così lo ritrovo ogni volta che ho il primordiale bisogno di andare a guardarlo, figlia della mia isola.

Lo vedo perfino ad occhi chiusi o quando bene aperti, ne leggo.

In queste duecento pagine circa, la Marcolongo racconta “il coraggio che spinge gli uomini ad amare” (nel senso più ampio del termine, aggiungo io) e lo fa attraverso due storie, amalgamate tra loro con tenera maestria.

Ogni capitolo si apre con un breve pensiero tratto dal manuale in lingua inglese del 1942: “How to abandon ship”, dove l’autrice scorge l’importanza di resistere ai naufragi della vita, piuttosto che fuggire, abbandonare.

La tua nave è progettata per resistere alle tempeste più di quanto lo sia tu, marinaio”.

Il passo poi è lasciato a una grande storia, un mito greco che risale all’età micenea.

Racconta di Giasone, giovane ragazzo figlio di Esone che fu re della città di Iolco, che pur di sottrarre il trono al malvagio zio, Pelia, accetta la sua sfida: “Và alla ricerca del vello d’oro. Vediamo se ci riesci”. 

Era bastato questo a muovere, nella profondità dell’anima, la sua voglia di partire, tralasciare la sicurezza della terra madre per cercare altrove e tornare, dal viaggio, diverso. 

Altri cinquanta giovani vollero seguirlo nell’impresa.

D’altronde è a noi chiaro che superare quella soglia significava crescere, maturare, ad ogni modo. Muoversi.

E, come un Peter Pan al contrario, restare fermi avrebbe significato rimanere eternamente giovani, ignari. 

Quei ragazzi pronti a salpare furono per sempre chiamati con il nome della nave cui avevano scelto di appartenere: Argonauti”.

[…] Fu allora che, per la prima volta nella storia dell’uomo, una nave, scivolò dentro il mare […]

La nave era femmina e sotto la prua, nella chiglia, aveva intagliato il viso di Atena, colei che l’aveva costruita, non certo perché rimanesse ferma in porto.

“La nave Argo era bellissima. Argo era stata fatta per navigare verso l’ignoto, e poi tornare a casa”.

Questa frase mi riporta inevitabilmente a un’altra, nata dalla penna di T.S. Elliot:

“Non smetteremo mai di esplorare. E alla fine di tutto il nostro andare, ritorneremo al punto di partenza per conoscerlo per la prima volta”. Motto, se così vogliamo chiamarlo, che mi è entrato dentro radicando ancora più profondamente la consapevolezza che ogni passo è, a sé, un viaggio. E che mai torneremo uguali a come siamo partiti. Si tratta di prospettive.

“Nel mezzo c’è tutto il resto, e tutto il resto è giorno dopo giorno…” 

Lo so, questo articolo è un continuo richiamo, da una citazione a un’altra. Ma è la mia spirale emotiva, piena e aperta.

Non credo di fare spoiler se dico che Giasone tornò eccome nella sua Tessaglia, con il vello d’oro, mutato per sempre nel profondo del suo essere, da ogni avventura vissuta per mare e nelle altre isole, con le persone. Insieme a Medea.

La misura eroica era data dall’esperienza di superare se stessi, non dal risultato”.

E certo, nulla sarebbe stato possibile se non fosse stato per l’amore: la più grande forza, unica e necessaria a muovere ogni cosa. 

E a chi, stolto e apatico dice è impossibile, la Marcolongo risponde:

“Se solo non ci dimenticassimo che un tempo siamo stati Argonauti cui nulla importava se tutti dicevano è impossibile, per noi non solo era possibile, ma doveroso. Avevamo urgenza, bisogno di provare per poi vivere”.

D’altronde “fallire non significa non inciampare mai, ma scegliere di restare a terra”.

Questo mito senza tempo ha incantato gli uomini di ogni epoca. 

Nel 1382 un ordine segreto di rivoluzionari anarchici comparve a Napoli facendosi chiamare gli Argonauti di San Nicola.

Nel 1945 la conferenza di Yalta che pose fine alla seconda guerra mondiale fu inizialmente denominata La conferenza degli Argonauti.

Nello sport il club dì football con il nome originario più antico nel Nordamerica fu coniato nel 1873: i Toronto Argonauts.

Diverse navi hanno preso ispirazione dalla prima Argo, per i loro nomi, compreso il primo sottomarino della storia.

E poi ci siamo noi. 

“Come sinonimo di squadra, di solidarietà e di coesione tra amici”.

A bordo della nostra nave che solca questo mare sempre mutevole,  un po’ Argo un po’ Nautilus

Ogni giorno, a partire dalle vele srotolate di Argo, ci mettiamo per mare affrontando venti e tempeste per arrivare a riva, ovvero per diventare diversi da come siamo partiti, superando la linea d’ombra e varcando la nostra soglia.

[…] Non stai forse navigando anche tu, come tutti noi, umani e contemporanei Argonauti , attraverso i mari che ci separano dall’essere grandi, a qualunque età?

Dentro la borsa

Dentro la borsa

Aveva bisogno di pensare a qualcosa di bello. Era un trucco che aveva inventato da bambina, chiusa nella sua stanza, per scacciare la tristezza […]

Allora prendeva il suo diario e raccontava qualche episodio appena vissuto, sottolineando solo le parti belle”.

È come vedere il “bicchiere mezzo pieno”, no? Anche se, in questo caso, posso esprimere con certezza che non si tratti di un bicchiere, ma di una borsa, “un insieme di velluto rosso, orbace, lana, pelle e broccato che, nei toni del nero con i ricami bianchi, ricordavano i tappeti sardi”, e di tutto quello che c’è dentro.

Ed è veramente tanto, per stare chiuso lì, stipato. Le cerniere non chiudono, il tessuto si strama, l’involucro si deforma.

È così che questo contenuto si riversa in parole, tra le pagine di un libro.

“Dentro la borsa” di Francesca Spanu.

Di cosa parla? 

“Di aborto”, ho sentito dire qualche tempo fa.

“Di un bambino che si è perso”, dice Ele , con attenta e sensibile interpretazione filtrata dai suoi cinque anni, che disegnava mentre l’autrice si raccontava, alla presentazione. 

E io, prima ancora di addentrarmi tra le righe che mi avrebbero svelato le vite di Lidia e Cristina, ho capito che non sarebbe stato solo questo.

Ho sentito due parole che mi sono bastate per intraprendere questo viaggio: amore e libertà.

Due aspetti imprescindibili uno dall’altro, aridi se presi singolarmente, rigogliosi se tenuti assieme dal filo della consapevolezza.

Si tratta di scelte. Subite, sepolte sotto strati di apparenza, egoiste, mascherate. 

E poi di scelte compiute. Difficili, sofferte, d’amore, protettive, altruiste, libere… CONSAPEVOLI. 

Non per questo senza conseguenze, tutt’altro. 

Non stare ferma, reagisci. Utilizza il danno che hai subito come risorsa, è questa l’unica strada. Usa questa sofferenza per capire cosa vuoi davvero dalla vita. Sì perché devo dirtelo, finora hai vissuto la vita che altri volevano per te. Approfitta di questo dramma per essere ciò che vuoi essere tu”.

Piedi inchiodati al fondo, piedi che raschiano fino a staccarsi. E poi spinte. Verso l’alto, verso fuori, alla luce… proprio come venire al mondo, di nuovo. 

Tenere la propria vita tra le mani, guardarla rinascere, incedere, divenire. 

È questo che io ci ho letto. Riflessiva, ma emozionata, vorace nello scorrere le pagine, così come divoro i giorni davanti a me. 

“Sii contenta di essere libera, libera di cambiare idea e andare dove desideri, molte persone non lo sono e non sono in grado di combattere per la cosa più importante, il diritto di essere liberi”.

©Erika Carta

Chi era Gianni Rodari? Uno sguardo alla sua biografia.

Chi era Gianni Rodari? Uno sguardo alla sua biografia.

Sulla riva settentrionale del Lago d’Orta, in Piemonte, sorge Omenga, il paese che ha dato i natali a Gianni Rodari.
Ho sempre adorato questa espressione: immaginare i luoghi e le quattro mura dove uno scrittore ha passato le sue vigilie più belle, germogli di fantasia.

“Ritorna ogni anno, arriva puntuale
con il suo sacco Babbo Natale:
nel vecchio sacco ogni anno trovi
tesori vecchi e tesori nuovi […]”

È il 23 ottobre 1920 quando Giovanni Rodari apre gli occhi sul mondo.
Nato da Giuseppe e Maddalena Aricocchi, si forma alla scuola elementare di Omegna per sole quattro classi.
Un lutto in famiglia comporta il trasferimento in Lombardia.
È il papà ad andarsene a causa di una broncopolmonite, in seguito al salvataggio di un gatto sotto un violento temporale, così si racconta.
È curioso come “il gatto” torni spesso nelle sue opere, forse per esorcizzare l’evento tragico che lo segnò da bambino.

“Sì, signora maestra,
mi sono un po’ distratto:
ma per forza con quel gatto,
con l’inverno alla finestra
che mi ruba i pensieri
e se li porta in slitta
per allegri sentieri”.

Nel 1937 si diploma come maestro alle magistrali e pur iscrivendosi dall’Università non completa gli studi, abbandonando il mondo accademico dopo pochi esami.
Altri tempi, è vero, eppure la dimostrazione che il genio, la volontà e la passione possono prosperare anche fuori dalla mera formalità di un documento cartaceo che definisce “dottore”.
Maestro di scuola, e di vita, perché non è da tutti ammettere di imparare dagli stessi bambini a cui insegna, soprattutto nel campo della fantasia.

Nel dicembre del 1943 viene richiamato alle armi dalla Repubblica Sociale Italiana ma ben presto si unisce alla Resistenza Lombarda, avvicinandosi al Partito Comunista Italiano.
Innumerevoli, le parole spese per la pace.
Nel 1953 sposa Maria Teresa Ferretti dalla quale avrà una bambina, Paola.
Nel 1970 vince il premio Hans Christian Andersen.
Florida è la sua attività come giornalista: occhio attento e delicato a quello che succede nel mondo e un’immensa maestria nel saperlo riportare con un linguaggio chiaro, semplice e profondo, fruibile da tutti… bambini e adulti.
Il corpo di Gianni Rodari lascia questo mondo il 14 Aprile 1980.
Scrittore, poeta, pedagogo senza tempo, con l’umanità e l’umiltà che lo hanno contraddistinto e che rimangono eco tra le parole delle sue opere.

E dopo questo fugace sguardo nella vita di un uomo che io conosco grazie alle mie maestre, nel prossimo articolo la parola andrà proprio a loro: insegnanti che da sempre lo scelgono per trasmettere il sapere.
Continuate a seguirci!

©Erika Carta

Alla fonte delle parole

Alla fonte delle parole

Avida di parole da quando ricordo di ricordare, o forse anche prima, mi sono imbattuta in un libro che narra della fonte da cui sgorgano.

Inesorabili e prepotenti, delicate e deliziose, stanno sempre con me.

Corsi d’acqua in continuo movimento o fotogrammi scattati in tempi remoti e per sempre conservati immobili nel cassetto della memoria.

E di memoria, parla l’autrice Andrea Marcolongo. Pozzo da cui attinge, riconoscendo 99 parole che fanno parte della sua vita e che, se state bene attenti, potete fare anche vostre, in questo lessico di condivisione di cui ci ha fatto regalo.

Non le avevo mai guardate sotto questa luce, che antica fiammeggia e tutta nuova rischiara il loro significato essenziale. Come un guscio d’uovo, a lungo covato nel tepore della cura, che quando si spacca emana bagliori dalle sue crepe.

Così, è stato per me questo libro. Meraviglia, pagina dopo pagina.

Fasci di consapevolezza brillante e specchio dentro cui annegare per ritrovarsi.

Rinascita e conferme.

Termini come “lemma” “etimo” “panromanza”, che mi fanno sentire allacciata a questo mondo più che mai.

Dire, sempre.

Ci sono entrata dentro, godendo di sapienza dall’inizio alla fine, leggera ma non più superficiale.

Ho pensato di salvare un solo etimo, che fosse tutto mio.

L’ho trovato quasi subito, emozionata.

Ma poi, come margherite in un prato verde, ne sono spuntati altri.

Ognuno con il suo perché, perle incastonate nel mio essere.

Eppure, chiusa l’ultima pagina, ha rimbombato, come battito di cuore, quello che avevo scelto già in principio.

Non sono più tanto sicura che sia stata un’azione mia, quanto più che la parola abbia trovato me, ancora una volta.

È il mio turno di condividerla e perpetrarla.

Leggere.

“Quello di leggere è uno dei miei etimi preferiti di sempre, perché, se ripercorso a ritroso e con cura, indica che senza parole non può esistere decisione alcuna”.

“In greco antico, il verbo légo, che rimanda direttamente al latino legere, significava sia raccogliere, sia scegliere, sia raccontare”.

“Raccontami una storia: da sempre il primo istinto, il primo bisogno, degli essere umani. Per vincere la paura del buio, dell’ignoto, dei fantasmi, della morte”.

“E grazie al potere delle parole, trasformiamo la vita in narrazioni che ci fanno sentire un poco più al sicuro, e un poco meno spersi”.

“In fondo solo questo significa parlare, e allo stesso tempo leggere: non tanto acquistare un libro da tenere per anni su un comodino finché non sarà ricoperto di polvere, la copertina sbiadita dal sole che ogni mattino filtra dalla finestra. Bensì, in mezzo a mille e mille grumi emotivi, saper scegliersi. Dunque, saper dirsi”.

Andrea Marcolongo.

©Erika Carta

Le parole

Le parole

Le parole.

Di Gianni Rodari

“Abbiamo parole per vendere

parole per comprare

parole per fare parole

ma ci servono parole per pensare.

Abbiamo parole per uccidere

parole per dormire

parole per fare solletico

ma ci servono parole per amare.

Abbiamo le macchine per scrivere le parole

dittafoni magnetofoni

microfoni telefoni.

Abbiamo parole per fare rumore,

parole per parlare non ne abbiamo più”.

Sembra l’abbia scritta adesso, apposta per noi, per questa quinta edizione della Fiera del Libro di Iglesias. “La parola crea mondi”.

Invece è una filastrocca che di anni ne ha ben sessantasette.

Quanta intramontabile, sfrontata verità si legge tra queste righe.

Una parola può germogliare come un fiore e un’altra si affila, diventando coltello. E la cosa magica, o tragica, è che ognuno di noi può impugnare il manico o lo stelo.

In questo tempo in bilico tra parole svuotate, inaridite del loro significato, e di contro parole pompate, irrorate col peggior pesticida al mondo, la menzogna, basta leggere una filastrocca perché tutto si fermi e metta in moto, un attimo dopo, l’ingranaggio della riflessione.

È una voce bambina, quella che ripete i versi. Riecheggia tra i muri tappezzati di cartelloni, rimbalza sulle tende, torna sopra quel banco di legno verde chiaro, scheggiato in alcuni punti. Pianta il seme delle domande.

È una voce consapevole, quella che legge ora.

Ed è di incredibile bellezza che la distanza tra gli anni diventi nulla e quanto il tempo venga attraversato dalla potenza di un mezzo come la scrittura, quella che rimane; che ancora, e per fortuna, apre gli occhi come fosse la prima volta, ti fa guardare intorno e soprattutto porta a chiedersi sempre “perché?”.

E allora sì, che nascono parole.

Parole che amano.

Parole che pensano.

Pensieri che parlano.

La grandezza di Gianni Rodari verrà celebrata a gran voce in questo anno, perché nel 2020, precisamente il prossimo 23 Ottobre, l’autore, il maestro, avrebbe compiuto cent’anni.

Eppure il verbo “avrebbe” non mi è congeniale, in questo caso. Sottende chiaramente un “se”: se non fosse deceduto nel 1980.

Ma come si può considerare tale, se ancora oggi siamo qui a parlarne?

No, uno spirito così diventa immortale, grazie alle sue parole.

Ma chi era Gianni Rodari?

Ne parleremo ancora… Seguiteci nel prossimo articolo!

©Erika Carta