Pomodori  verdi fritti al caffè di Whistle Stop

Pomodori verdi fritti al caffè di Whistle Stop

Pomodori verdi fritti al caffè di Whistle Stop.

Non sembra anche a voi che queste parole suonino?
Io non lo so come, ma ci sono finita dentro a questa musica.
Irrimediabilmente attratta.
L’ho sentita da qualche parte nel mio corpo. La testa forse, le vene o in un battito diverso.
Così, ho letto il libro di Fannie Flagg.
Alle prime venti pagine mi son chiesta perché non l’avessi mai letto prima.
Quando ho terminato, la domanda si è rafforzata ma tra le mani ho avuto anche la risposta: perché il tempo è questo.
Semplice, come sempre quando si tratta di libri.
Perché avevo bisogno ora di Whistle Stop. Di tutti i suoi abitanti, dei vagabondi, del suo caffè pulsante, della posta che diventa giornale, della famiglia Threadgood, di Troutville, di Idgie.
Ne avevo necessità come ce l’ha Evelyn Couch, senza saperlo.
Evelyn che ascolta Ninny Threadgood alla casa di riposo, raccontare il passato che si mescola al presente. La felicità e la nostalgia.
E allora sembra di scoprire e insieme conoscere da sempre l’Alabama degli anni venti-trenta, di sentirne tutto il fascino.
Mi sono sopraggiunte tre assonanze in lettura, due spontanee e una indotta, grazie al filo di continuità che lega l’ArgoCircolo Letterario ai libri.
Mi è sembrato di ripercorrere le pagine e le strade de “Il buio oltre la siepe” di Harper Lee. Idgie Threadgood e Scout Finch, indomite paladine della giustizia, quella vera.
Ho trasposto Whistle Stop nella fantasia del Connecticut, precisamente a Stars Hollow, dove vivono le ragazze Gilmore e tutti quei personaggi come Sukie, Patty e Babette, Luke, Taylor, la signora Kim, che fanno di una piccola cittadina un’unica grande famiglia.
E non avevo visto, finché non me lo hanno fatto notare appunto, la somiglianza con “Fai piano quando torni” di Silvia Truzzi. Anche qui, un forte legame, improvviso, tra chi porta la memoria in mezzo alle rughe, sulla pelle invecchiata delle mani, nelle parole. E chi la raccoglie nel cuore.
Pomodori verdi fritti, oltre a far venire immediatamente voglia di cucinarli, è uno di quei libri che non passa. Che ti scalda, ti scioglie e ti rinfresca. Che fa sorridere quando sul giornale Dot Weems oltre alle notizie ufficiali, ne approfitta per lamentarsi della sua dolce metà. Che ci ricorda l’importanza di essere generosi e caparbi. E fa commuovere, quando tutto scorre, quando il tempo cambia ma non cancella i ricordi e crea nuove cose.
È uno di quei libri che, una volta letto, sarà anche tuo, per sempre.
E ogni tanto è bene che venga fuori… TOWANDA!!

©Erika Carta

Cuori selvaggi e Meraviglia

Cuori selvaggi e Meraviglia

Il salone non ha un pubblico. Il salone ha una comunità.”

Nicola Lagioia, Direttore Editoriale del Salone Internazionale del Libro di Torino.

Io sono uno dei centosessantottomila e settecentotrentadue cuori selvaggi che, dal 19 al 23 maggio, si sono incrociati sotto e oltre il cielo del Lingotto.
Ho macinato chilometri dentro questa comunità.
Un battito dopo l’altro a distanza dalla paura.

Una buona pratica preliminare di qualunque altra è la pratica della meraviglia. Esercitarsi a non sapere e a meravigliarsi. Guardarsi attorno e lasciar andare il concetto di albero, strada, casa, mare e guardare con sguardo che ignora il risaputo.
Esercitare la meraviglia cura il cuore malato che ha potuto esercitare solo la paura
.”

Chandra Livia Candiani

A proposito di meraviglia.
C’è un motivazione se la mia esperienza al Salone Internazionale del Libro di Torino, si compie nuovamente, per la terza volta.
Questa motivazione si chiama Argonautilus.

Argonautilus, l’Associazione Culturale che dal 2015 lavora ogni giorno per fare e diffondere cultura, organizzando la Fiera del Libro e la Fiera Off a Iglesias, Portoscuso, Gonnesa e da quest’anno anche a Musei, Villamassargia e Domusnovas.
L’Associazione che ha al suo interno una Spa dei libri, lettori ad AltaVoce e un Circolo Letterario con gruppi di lettura che crescono nel tempo e nello spazio.
Una promessa sancita nel Patto di Lettura alla Fiera del Libro, nel 2018.
Il nodo di una rete che oggi si chiama Rete PYM e che sabato, 21 maggio, ha portato il suo contributo alla comunità del Salone del Libro, con l’evento “Fiere e Festival del libro: una leva strategica di sviluppo dei territori”.
Insieme a Eleonora Carta e ai rappresentanti delle Istituzioni del Comune di Iglesias, l’autore Marco Belli, Direttore Artistico di Elba Book Festival; Manuel Figliolini in rappresentanza del Festival Giallo Garda e Luca Occhi di Officine Wort.
Ultimo gemellato della Rete, anche il Microfestival delle Storie.

In anteprima assoluta, è stata presentata la locandina della VII^ Edizione della Fiera del libro di Argonautilus che si terrà dal 29 Settembre al 4 Ottobre, illustrata da Daniele Serra e che ha come tema unificato con i Festival gemelli, “La Meraviglia”.

È stato un incontro partecipato che ha messo in parole l’importanza di collegare energie, risorse e passione, necessarie e urgenti, per far sì che gli intenti condivisi dalla Rete si diffondano dentro e fuori i territori.
D’altronde, a far parte di questa comunità, sono anche tutti quei soggetti che al libro sono legati da vicino: autori, editori, biblioteche, librerie, scuole, lettori.
E oltre alla valenza sociale ed economica, non ci si può proprio esimere dal parlare di ricchezza personale.
Quella di cuore.
Come ha sottolineato il giovane scrittore, Matteo Porru, viaggiare per prendere parte a un evento culturale, ti permetterà sempre di portare un po’ di casa in partenza e pezzi di mondo al rientro.
È un circolo.
E fa un bene inimmaginabile.

Alla domanda: “Cosa ti porti a casa da questo Salone?” Dunque rispondo che, a casa mia, porto libri, dolore ai polpacci, sorrisi nuovi e abbracci noti, paure limate e una felicità selvaggia.

E poi, comunque, anche un banner:
“Salone Internazionale del Libro Torino.
13
ARGONAUTILUS.
La meraviglia.”

© Erika Carta

L’eclisse di Laken Cottle. Luce e Buio.

L’eclisse di Laken Cottle. Luce e Buio.

Il 2020 è stato l’anno che tutti sappiamo.

Che ci ha dato in pasto l’illusione di un tempo fermo mentre tutto, in verità, ha continuato il suo ruzzolare in avanti.

Mi rivedo in spiaggia, a metà d’agosto di quell’anno, lontana dalla bolgia con soltanto il mare libero davanti. E un libro.

L’estate che sciolse ogni cosa” di Tiffany  McDaniel. Atlantide Edizioni. Copertina bianco lattiginoso e raggi di sole.

Pagine dense di male eppure così folgoranti nella loro bellezza da riuscire, non solo a non appensantirmi, ma addirittura a farmi intuire la luce. Che ancora mi porto dentro.

Non riesco a farlo quasi mai ma il 2020 risulta più digeribile se categorizzato, etichettato.

Il mio 2020 è anche questo: L’estate che sciolse ogni cosa.

Poi arriva “L’eclisse di Laken Cottle”. 

Copertina nera con luccichii bianco argento in rilievo.

Buio totale.

Ancora da sedimentare ma con urgenza di scriverne.

Ormai ho familiarizzato con la scrittura di Tiffany McDaniel. Sembra che ogni libro sia una porta per la sua anima e di contro, per la propria.

Comunicanti.

Non graffia, affonda.

Credo abbia un dono (e non sono l’unica a crederlo) disarmante nella sua semplicità e vitale, per me: sa raccontare storie.

Chi racconta le storie governa il mondo”, come recita un vecchio proverbio della tribù degli Hopi. 

Laken Cottle e il buio.

Due protagonisti? 

Inizialmente si ha l’impressione di conoscere le vicende di Laken, bambino e adulto, mentre l’oscurità avanza ai lati della storia.

Inghiotte intere città, stati, persone. 

L’immagine mi riporta anch’essa al tempo infausto e incomprensibile che abbiamo vissuto e che continua a imperversare cambiando soltanto modalità di buio.

Dalla Spagna, il buio galoppa come un colossale toro nero in Portogallo, dove la gente sbarra le porte e spranga le finestre credendo così di tenere a bada l’invasore oscuro. Ma questo buio affronta le porte chiuse e i muri resistenti con la stessa facilità con cui falcia il grano in un campo. […] Le donne si fermano, osservano questo buio che rotola verso di loro, i cesti non ancora completati cadono per terra; puntano le dita al cielo nella lingua condivisa della paura.

Ma a un certo punto ci si chiede: cosa stiamo leggendo?

Domanda che rimane marginale perché si viene attratti dal vortice di parole che richiamano immagini nitide quanto bizzarre.

Se stessi raccontando il mio pensiero sul libro ai gruppi di lettura In Libro Veritas dell’ArgoCircolo Letterario, direi che ci ho visto il genio folle di Stephen King, le atmosfere gotiche di Carlos Ruiz Zafón… e qualcuno mi avrebbe risposto che c’è tanto anche di Neil Gaiman.

Nella McDaniel riemergono temi come il forte senso di colpa, la violenza, il male che contamina, la rimozione, l’autonarrazione, la completa solitudine, la domanda senza risposta verso qualcosa di più grande, la ricerca di redenzione, d’amore.

Un bisogno talmente forte, viscerale, da cercarla con gli occhi la luce.

Fissare il sole a occhi nudi significa intravedere la nostra natura mortale. Una luce così potente: possiamo esserne accecati e provare quasi gratitudine. Perché, grazie a quella luce infuocata, stiamo entrando in un regno abitato dagli dèi e dalle creature che respirano fuoco. Esistono poche cose degne come la luce del sole; e mentre Laken fissava quel bagliore intenso, sentì in qualche antica fessura della sua anima la dolce carezza dell’esplosione celestiale. Il sole, una promessa che c’è stata data.

E tutto questo è raccontato con originalità e maestria. Così vivido, vero e brutale da avere un impatto accecante.

Difficile staccare gli occhi dalle pagine. Anche se fanno male, anche se verso la fine saprai dove andranno a parare.

Anche se l’eclisse sarà totale. E permanente.

Questo pensavo quando ho chiuso l’ultima pagina.

Buio.

Invece, ora che scrivo, proprio mentre succede, mi accorgo che ancora una volta, anche questa volta, sono riuscita a trovare la luce che interessa me. E che sono sicura mi leghi in qualche modo a Tiffany McDaniel.

È nell’oggetto rettangolare e profumato di carta che in questi (troppo pochi) giorni ha pesato sulle mie mani, alleggerendo il resto. È in questa frase:

“Di tutte le cose che ci sono state date, proclama il Re Sole a gran voce, ignorando le urla di Laken, di tutte le cose che abbiamo ereditato dal primissimo uomo, è forse la nostra immaginazione, la nostra mente, a essere la più preziosa. Siamo capaci di dipingere un uccello con le nostre mani, ma è con la nostra mente che riusciamo a farlo volare.”

© Erika Carta

La chiamerei Storytelling libreria sala da tè e…

La chiamerei Storytelling libreria sala da tè e…

Perché è così. Sta tutto in quei puntini.

Sei anni fa apre a Gonnesa, in piazza Asquer numero nove, una piccola libreria indipendente, con tavoli, sedie e una credenza in stile antico.
E tu attraversi la porta a vetri scorrevole che quando si chiude, ti lascia il mondo dietro le spalle e ti immerge nello scenario che segue.
Musica jazz che arriva da lontano e questa ragazza, Eleonora, che vende libri e mentre te li racconta con gli occhi che le si animano, ti puoi metter comoda e scegliere cosa sorseggiare tra una selezione di miscele di tè e infusi, caffè e coraggio.
E non te ne vuoi più andare. Ma tanto poi ci torni.
Ci torni così tanto che diventa una stanza di casa.

Una volta in una grande libreria fuori città in cui mi trovavo per caso, chiesi al libraio: “Buongiorno, avete Peter Pan di James Matthew Barrie?”
Sguardo stranito.
Attesi.
“Non saprei.”
“…”
“Guardi, c’è questo.”
E mi propinò un quadernetto con immagini tratte dai cartoni animati Disney.

La sera stessa, tornai immediatamente nella stanza di casa a Gonnesa, con il cuore sollevato di trovare Peter, Wendy, Campanellino e Eleonora.

Si dice sempre che una casa sia specchio di chi la abita.
Vero.
Storytelling è Eleonora.
Con il suo amore per “gli autori decomposti” e le novità di rilievo.
Ma non soltanto.
Se la penso per un attimo vuota, la libreria, non ci riesco.
Immediatamente, ci vedo tutte le persone che in questi anni l’hanno vissuta.

Incredibilmente ma non troppo, ci sono cose che nascono da un’unica gemma di energia.
Così, il 23 marzo 2016 apre Storytelling e un mese dopo, il 22 Aprile, comincia la Fiera del libro di Argonautilus.
E quando sopra a tutto si ha l’urgenza di stare dentro la bellezza, di diffonderla facendo cultura, non si può che dare vita a un sodalizio che compie esattamente la stessa età.

Alla Storytelling abbiamo presentato autori, editori e geologi. Abbiamo festeggiato Natale, compleanni, e Stati d’animo. Abbiamo letto poesie, imbucato sogni. Abbiamo viaggiato stando fermi; con gli occhi chiusi abbiamo ascoltato musica dal giradischi e con gli occhi aperti ballato musica irlandese.
Ci siamo travestiti per la notte di Halloween, abbiamo mangiato e bevuto.
Abbiamo giocato.
Ci siamo raccontati storie.
Abbiamo visto bambine e bambini ascoltare e poi crescere.
Abbiamo scritto.
Abbiamo trovato amici e amiche.
Che quando li trovi una volta, ritrovarli è come il pranzo della domenica dai nonni.

Abbiamo preso bonariamente in giro l’ordine folle di Eleonora; le abbiamo spostato i tavoli e le sedie di mezzo centimetro quando non guardava, per poi ritrovarli esattamente nella loro posizione, quella giusta per lei.
L’abbiamo trascinata via per le trasferte in Sardegna e al Salone internazionale del libro a Torino.
In valigia, i libri, e la voglia di riportare indietro una ricchezza che non si conta.

Tre anni fa, Ele, ha deciso di accogliere anche il gruppo di lettura dell’ArgoCircolo letterario.
E oggi, con il mondo che vortica, ci ritroviamo ancora seduti lì, in cerchio a raccontarci quello che di diverso abbiamo letto nello stesso libro.

E chi se ne frega di tutto il resto, per una volta.

Ma a chi vogliamo darla a bere. Siamo tutt’altro che estraniati.
Noi ci siamo. Siamo la resistenza.
Siamo quella rete di appoggio reciproco che serve a trattenere, a sostenere, per non vacillare.

E lo facciamo sorridendo. Perché non c’è niente di più serio.

Buon compleanno Storytelling e grazie, Ele.

@ErikaCarta

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Lettere d’amore in dispensa

Lettere d’amore in dispensa

Dargen D’amico nella sua canzone di Sanremo, “Dove si balla”, a un certo punto dice: 
“E non si può fare la storia se ti manca il cibo.
Tu mi hai levato tutto tranne l’appetito”.
Sorrido ogni volta che lo sento. Perché, per me quel Tu è l’Ansia. Che stava per rovinarmi uno dei rapporti più belli, sinceri, gratificanti e duraturi della mia vita: quello con il cibo, appunto.
Ho vinto io.
Beccati questa, bitc*
E così, oggi apro la mia dispensa. E cosa trovo? Popcorn e vino (alla Olivia Pope) e… un libro. Silvia Casini Raffaella Fenoglio che parlano d’amore e di ricette.
Il binomio tra cuore e pancia è cosa nota. Ma c’è un altro aspetto che mi ha colpita: 

[…] che usiate o meno un pizzico di magia in cucina, c’è da dire che dietro al mangiare, vi è un desiderio di comprensione umana. Jacques Lacan, Psicologo e filosofo francese del 900, la pensava proprio così. Infatti, soleva affermare che a monte della domanda di cibo, ve ne era una simbolica di amore e di comprensione […] E come ci ricorda Marcel Proust, dietro all’atto del cibarsi vi è anche il desiderio di ricordare. È esemplare come di fatto il piatto preferito di un individuo sia collegato a un determinato ricordo. Nutrirsi è quindi anche memoria […]

Comprensione e memoria. Cosa può esserci di più romantico? Ve lo dico subito: i dieci ingredienti afrodisiaci, selezionati per questo racconto di cose buone.I menù pensati per due, “fatalmente”. E le parole, che sempre danno forma e sostanza.

Allora scelgo ciò che più mi ispira e apparecchio la tavola con “un runner” e “un centrotavola naturale con frutta e bacche di stagione”. Alla luce di una candela alla vaniglia leggo Poesie d’amore di Nazim Hikmet. È tutto nella mia testa, per ora. Siamo io e me. E questo appuntamento galante con l’amore ritrovato. Eppure, aggiungo un terzo aspetto a comprensione e memoria: condivisione. Trema amore, tremate familiari e amici, perché presto, subirete i miei tanto famosissimi quanto fallitissimi esperimenti culinari. Confido che seguendo alla lettera un libro come questo, saprò stupirvi e deliziarvi. Dalla forchetta alla parola. 

Antipasti 
Galette di fragole, feta e timo. All colours gluten free 

Primo
Gnocchi con crema alle mandorle. Delizioso gluten free

Secondo 
Tagliere di formaggi con marmellata di peperoni e peperoncino  Frizzante

Contorno 
Avocado: quanta bellezza ho visto. Quanta meraviglia ho sperimentato. Quanta esistenza piena di suggestioni sono stata. Evocazioni somiglianti al segreto della mia musica interiore. Perché io sono questo amore.
Gourmand

Dolce 
Fichi : L’angolo di paradiso però, rimase intatto. Reggeva soddisfatto tegole, armonia e presenze. 

Tra un’esplosione di luce e una caduta, dal mare al ,faro per tutte le vie, nei templi e nell’aria, squarciò lastre di felicità e di essenza. 

Sorpresa

Lettere d’amore in dispensa.
Silvia Casini & Raffaella Fenoglio

Stappo una bottiglia di Ferrara Greco di Tufo Vigna Cicogna.

Brindo a voi e a questa vita. Pace, amore e gioia infinita
Negrita 

©Erika Carta

Breve storia del romanzo poliziesco

Breve storia del romanzo poliziesco

Le brevi storie di cui Graphe.it ci fa dono sono un po’ come le giornate che sembrano primavera a febbraio.
Inaspettate e luminose, vorresti non finissero tanto presto. 
Ma come insegna la frase che dà voce alla collana: parva scintilla magnum saepe excitat incendium. 
Una piccola scintilla.
Breve storia del romanzo poliziesco. Leonardo Sciascia.
Impreziosito da un’introduzione di Eleonora Carta.
C’è un filo che li lega, perché conosco Eleonora e sono certa che come Sciascia, ha avuto “un’adolescenza e una prima giovinezza trascorse in compagnia della vorace lettura” di gialli.
Che sempre continua, affiancando il suo lavoro di autrice.
In veste analitica, in questo breve saggio, ci introduce alla storia del romanzo poliziesco, segnalando il punto di confine su cui Sciascia opera magistralmente.
Non più il giallo declassato a mero passatempo, a “meditazione senza distacco” ma “uno strumento d’elezione per raccontare la società e i suoi mali.”
Cuore delle riflessioni di Sciascia, che si aprono qui con un ritratto di Giacomo Putzu, l’assunzione di significati del poliziesco, nel tempo e nello spazio. 
Analisi, denuncia, persino frustrazione. 
Pensiero critico.
Tutt’altro che lettura passiva. 
Il ruolo dello scrittore che inizia a cercare attivamente la verità, identificandosi con il personaggio tanto da riconoscere eguali il metodo di indagine e il metodo di scrittura, come per esempio in Maigret e Simenon.
Da Poe a Christie, da Chandler a Spillane, l’evoluzione delle figure di investigatore e aiutante, di poliziotto e delinquente. Personaggi che diventano “tipi”.
Personalmente, mi ha colpito tantissimo il paragone con le maschere delle commedie d’arte.
Ma se dovessi riportare ogni cosa che ha fatto breccia in me, vi racconterei il libro con parole tutte mie e non ne varrebbe la pena. 
Perché ci hanno pensato Leonardo Sciascia, Eleonora Carta, Giacomo Putzu con la sua arte e la la Graphe.it a liberare questo concentrato di bellezza e conoscenza.
Di meraviglia.

© Erika Carta

Piacere mio, Cosimo Piovasco di Rondò.

Piacere mio, Cosimo Piovasco di Rondò.

Al biennio delle scuole superiori continuò la mia fortuna, o il mio destino forse, nell’incontrare insegnanti di lettere uniche nel loro genere. 

La professoressa Liliana non era una che dettava titoli e compiti a caso.

Lei, in classe, faceva letteratura. Come in una sorta di trance narrativa, ci portava libri, li raccontava. Liberava le storie tra i banchi, collegava le vite di questo e quell’autore, ci insegnava a riconoscere lo stile, il tempo. Ascoltava, leggeva. 

Difficile non rimanere colpiti dalla sua evidente passione di lettrice.

Era un piacere starla a sentire, ancor più se nel sangue ti scorreva questa identica, meravigliosa follia.

Pamela o la virtù ricompensata , Candido, La ragazza di Bube, Due di due, La metamorfosi.

E ancora Verga, Pirandello, Giuseppe Dessì.

E poi… La trilogia di Italo Calvino.

Non è tutto rose e fiori. 

Quanto ho odiato Il visconte dimezzato, Il barone rampante e Il cavaliere inesistente.

Una noia mortale.

Che mi piacesse o meno ero stata educata a esser ligia al dovere. 

Ma quella volta, la volta in cui avrei dovuto eseguire la scheda di analisi de Il barone rampante, mentii. Presi la scorciatoia dell’internet, ahimè. 

Pronta, bella e non scritta da me. Giusto la modifica di qualche parola. Chissà chi pensavo di ingannare, se non me stessa.

La mia compagna e amica fu decisamente più sincera. 

“Daniela, hai fatto la scheda?”

“No, prof.”

“E perché?”

“Perché non l’ho letto”.

“E per quale motivo?”

“Perché non mi piace per niente.”

“Raccontami come mai…”

E così, chiacchierarono. Di motivazioni.  Daniela ricevette il suo voto negativo per non aver svolto il compito ma io rimasi sorpresa dal tono della conversazione: uno scambio alla pari. Senza rabbia, recriminazioni, dispiaceri.

Via il superfluo, soltanto ancora una volta, la bellezza di un’altra lezione di letteratura. 

Sono passati ventidue anni. (Potrei avere un mancamento nel pronunciare questa cifra).

Oggi, grazie all’ArgoCircolo Letterario e alle persone del gruppo di lettura InLibroVeritas, nello specifico Rita, ho girato l’ultima pagina de Il barone rampante.

L’ho letto.

Tutto.

Non vi farò la scheda di analisi, sono vecchia ormai per queste cose. 

Però vi dirò cosa ho provato. E cosa ho capito.

Innanzitutto ho finalmente compreso da cima a fondo, l’immensità di Italo Calvino.

Ho capito che i classici hanno un orologio tutto loro. 

A cinque pagine dalla fine ho sentito una stretta al cuore.

Dopo averlo evitato per così tanti anni, ora non sono pronta a salutare Cosimo Piovasco di Rondò, il barone rampante

Mi sono affezionata a lui, alla sua giovane e perdurante determinazione, alle avventure, alle emozioni.

Mi sono riconosciuta in questa sua voglia di stare nel mondo, non importa se da una prospettiva insolita, ma connesso.

Più presente a se stesso e agli altri di quanti camminano con i piedi per terra e lo sguardo pure. 

Com’è che prima mi annoiava, non lo so. 

Anche se, a questo giro, sarò sincera: qualche riga l’ho scorsa velocemente, per continuare ad arrampicarmi dove più mi piaceva.

Perché, e l’ho capito con il tempo, leggere è questo per me.

Carissima professoressa Liliana, anche se quella volta barai come la peggiore delle imbroglione, ho portato a casa il suo insegnamento.

A lei, sicuramente, non interessava la burocrazia di una valutazione (che metodo orripilante mischiare numeri e persone).

Ciò che faceva, come tutte le insegnanti degne di portare questo nome, era piantare quei minuscoli semi di conoscenza e innaffiarli giorno dopo giorno.

Il resto è spettato a noi. 

E da me c’è un giardino di terra, cielo, alberi, fiori, frutti, inchiostro e persone.

E grazie. 

Quel frastaglio di rami e foglie, biforcazioni, lobi, spiumii, minuto e senza fine, e il cielo solo a sprazzi irregolari e ritagli, forse c’era solo perché ci passasse mio fratello col suo leggero passo di codibugnolo, era un ricamo fatto sul nulla che assomiglia a questo filo d’inchiostro, come l’ho lasciato correre per pagine e pagine, zeppo di cancellature, di rimandi, di sgorbi nervosi, di macchie, di lacune, che a momenti si sgrana in grossi acini chiari, a momenti si infittisce in segni minuscoli come semi puntiformi, ora si ritorce su se stesso, ora si biforca, ora collega grumi di frasi con contorni di foglie o di nuvole, e poi s’intoppa, e poi ripiglia a attorcigliarsi, e corre e corre e si sdipana e avvolge un ultimo grappolo insensato di parole idee sogni ed è finito”.

©Erika Carta

Esprimete i vissuti

Esprimete i vissuti

Cara maestra Silvana,

Scrivo di getto. Su un foglio di carta, con la penna blu.

Se penso che sei stata proprio tu a insegnarmelo…

Lettera dopo lettera, abbracciate una all’altra, le parole avanzano a comporre la melodia più bella che io conosca.

Così come fanno i ricordi, quelli che mi accompagnano da quando, nel 1996, uscii dall’atrio della scuola elementare Grazia Deledda.

In lacrime, portandomi già addosso la nostalgia delle cose belle e ormai, passate.

Immagini, profumi e sensazioni che oggi esplodono dentro e fuori da me.

Flashback. È una parola che sono certa, ho imparato da te.

Ho passato intere serate, quando la noia era ancora terreno incolto dove piantare fantasia, in cameretta, impegnata nel mio gioco preferito.

Lasciavo me stessa da una parte e prendevo le sembianze di qualcun altro.

Diventavo io, la maestra. Imitavo te.

Scrivevo sulla lavagna del giocascuola, simulavo le tue movenze quando spiegavi la lezione, la posizione delle tue mani, come tenevi la penna rossa per correggere i compiti.

Le ho osservate così a lungo e attentamente che potrei mettermi a giocare anche ora, che ho trentasei anni.

Ci hai spiegato l’italiano e l’ortografia. L’analisi dei testi, logica e grammaticale.

Abbiamo imparato a leggere. Dio, a leggere.

Ricordo le gare di lettura in classe, con un vecchio registratore a cassette.

Tasto REC e le nostre voci impresse sul nastro da riavvolgere per riascoltarci, capire, migliorare.

Mi allenavo tantissimo a casa. La verità è che spesso prendevo il libro e leggevo comunque. A voce alta, anche quando non era prevista nessuna verifica.

Ma, Maestra, quello che hai portato dentro scuola va ben oltre.

Con la tua eleganza, quel viso che sapeva di terre lontane e il tuo profumo buono, che ci restava addosso insieme agli abbracci, ci hai insegnato a essere gentili, a dare sempre una mano a chi era meno fortunato o chi, semplicemente, aveva bisogno di un tacito aiuto.

Hai reso sacra l’importanza di creare legami. Alcuni mai spezzati, altri incredibilmente risplendenti come allora. 

Sei stata esempio di sensibilità, rispetto e fermezza.

Ci hai insegnato fin da piccoli a rimanere presenti a noi stessi, a credere in ogni minuto del tempo speso per vivere.

Ci hai regalato un mondo di esperienze, tutte intrise del tuo sapere e della tua passione.

E tante volte, ti sei messa dietro i banchi, in quelle sedie di legno che filavano le calze velate, desiderosa di ascoltare e conoscere dei nostri pezzetti di vita. 

Una recita non era soltanto il blaterare a memoria e a vuoto. Dietro ogni lavoro c’erano studio e divertimento, ricerca e tradizione.

Impegno.

Che da te partiva e a noi arrivava.

Abbiamo cucinato in classe i maritozzi con la panna.

Ci siamo sporcati mani e grembiule con la terra per piantare un albero nel giardino.

Il nostro pino. Quante volte passando di lì l’ho salutato, come fosse un vecchio compagno di scuola.

I lavori con il DAS, le bombolette spray oro e argento per Natale, “Su Nenniri”…

Una volta avevi convinto i miei genitori a mandarmi alla gita di quinta elementare, ad Alghero, nonostante avessi la febbre alta.

Non potevo perdermela.

Avevi dato la tua parola che ci avresti pensato tu a prenderti cura di me. Nessuno di noi poteva nutrire alcun dubbio su questo. E io, mi sentivo al sicuro come a casa ma nel frattempo continuavo ad arricchirmi.

“Esprimete i vissuti”. Lo dicevi ogni giorno muovendo con enfasi le mani dalla pancia alla bocca.

Come facevi a sapere che tenevo tutto lì dentro?

Forse perché ce la vedevi negli occhi la necessità di farli uscire fuori.

Perché tu lo sapevi già che il mondo è pieno di parole per dire chi siamo, cosa pensiamo, come stiamo.

E se non lo condividiamo, quale senso può avere?

Maestra, mi hai fatto dono di tutto questo. 

Non potrò dimenticare. 

Tu lo sai, con quale premura lo porto con me. E sai anche, perché non ho mai omesso di fartelo sapere, che devo a te tutta la mia voglia di raccontare, di meravigliarmi, di mostrarmi estremamente felice o estremamente triste.

Di fare sempre un po’ mie anche le emozioni degli altri.

Di chiedere “come stai?” e dire “grazie!”

Di leggere, e di scrivere.

Ora, ricopio in bella e ti restituisco la millesima parte di tutto il bene che mi hai dato.

Leggo a voce alta perché spero che ti arrivi. Puoi portarla con te, insieme a quella di tutti gli altri bambini che hai abbracciato, sgridato, confortato e spronato.

Spero anche ti tenga compagnia, qualunque sia il posto dove sei diretta.

Intanto, sappi che tu rimani anche qui perché non è per nulla facile salutarti.

Viva sempre, dentro ognuno di noi.

Sono grata che la mia strada sia stata illuminata dalla tua essenza. È una luce che non si spegnerà mai.

Grazi di cuore, Maestra Silvana.

©Erika Carta

Un altro Natale

Un altro Natale


“Un altro Natale” è il titolo del libro edito da graphe.it, in questo 2021 per la collana di narrativa “Natale ieri e oggi”.

Un titolo dove la parola “altro” ha due connotazioni, come ha raccontato Roberto Russo della casa editrice.

 “Un altro Natale, che stress!” 

Oppure “Un altro Natale, e meno male!”

Personalmente propendo verso la seconda. A dicembre, come a maggio, a febbraio, a settembre.

Natale è uno stato d’essere.

Due storie, una vecchia e una nuova, che raccontano la fame.

Perché, sarà il primo vero freddo dell’anno, saranno i profumi intensi, sarà che vorremmo essere scaldati dalle luci colorate e dalle tovaglie rosse… ma a Natale la fame aumenta. 

Sia essa del cibo, come quella narrata da Ferdinando Paolieri nel racconto “Il Natale di Granfialunga” , o quella d’affetto raccontata da Susanna Trossero in “Tutti gli Alfredo del mondo”.

Avventura, rischio e riscatto per i Granfialunga sullo sfondo della campagna toscana negli anni 20. 

Maestria, giochi di parole e tenerezza per il protagonista della Trossero.

Filo conduttore: la speranza, quella che è difficile mantenere tutto l’anno ma che la notte di Natale torna viva, forte e chiara a farsi sentire.

E trovarla appagata dentro un libro fa star bene anche fuori.  

©Erika Carta

Il grembo paterno

Il grembo paterno


“…e l’acqua l’accarezzava perdonandole tutto, come solo prima di esistere succede, come solo nel grembo materno.

Nel grembo paterno.

Dove galleggiamo quando ancora non siamo successi, nella pancia delle donne, nella mente degli uomini che ci aspettano e che, se si perdonano di farci venire al mondo senza avercelo chiesto, in quei nove mesi devono per forza promettere a noi che tutto ci perdoneranno, che basterà l’amore, l’amore sistemerà sempre quello che sbagliano.

Almeno fino a quando non si sfascia: ma che si possa sfasciare, l’amore, le pance delle donne e le menti degli uomini incinte se lo devono dimenticare, altrimenti non potrebbero essere mai tanto pazzi da invitare un altro essere umano, che per di più dovranno sfamare loro, a partecipare a questo terremoto dove gli altri ci sono, poi escono a controllare i fari, poi non ci sono più e poi tornano o magari no – e chi lo sa cosa è meglio”.

Il grembo paterno è una lettera.

Lunga 223 pagine. 

Una lettera che tutti i figli rimasti figli vorrebbero ricevere. 

Un racconto, un fortissimo grido, vomito di parole.

Un’ammissione di responsabilità, un “perdonami per gli sbagli che ho fatto e che farò. Provo almeno a spiegarteli.” 

E tutte queste parole hanno sempre la sua voce. 

Chiara.

La riconosci, ti sembra di risalire a bordo dell’Arca senza Noè, di riprendere da dove “non ci eravamo lasciati”.

Di specchiarti nelle ferite. Sue, di tutti, mie.

Adele si mette a nudo. 

Nasce in una famiglia povera, i Senzaniente.

Che poi si arricchisce ma non sa che farsene di tutta quella ricchezza e di tutte quelle parole nuove. 

Che si siede attorno a una tavola degli anni novanta, con Gigi Sabani e Magalli in tivù, e poi il silenzio e le ingombranti presenze sotto le sedie.

Il grembo paterno racconta di una generazione che con quelle presenze ci va ancora a letto, ci si sveglia, se le porta in giro, dentro.

Che fa fatica ad abbandonarle, tanto ci son da sempre, che sembrano quasi rassicuranti. Casa, forse.

E parla anche di un coraggio tutto nuovo a cui vien voglia di credere. 

Il grembo paterno è una lettera d’amore.

Chiara Gamberale apre continuamente strappi dolorosissimi e poi ci soffia sopra parole.

Ci mette un cerotto su questo tempo malato. 

Se ne prende cura. 

Finché diventa abitabile davvero.

Casa, sì. 

“Io sono convinto che la generazione dei nostri genitori non abbia sbagliato con noi figli perché sbagliava. Tutti sbagliamo. Ma ha sbagliato perché non ci ha aiutato a interpretare quegli errori”.

E all’inizio e alla fine, io, me lo sono abbracciato questo libro.

©Erika Carta