I miei amici, Cormoran e Robin

I miei amici, Cormoran e Robin

In quattro mesi ho letto “Dieci anni con Strike e Robin”.

È successo da Aprile, complice la giornata “Iglesias come Hogwarts” e la chiacchierata con Massimo Battista, sul suo libro “Collezionare Harry Potter e altri libri di J.K.Rowling”. 

Ancora qualche sera prima, alla cena informale insieme ad altri ospiti della Fiera del libro di Iglesias, Ele è praticamente corsa da me: “Non hai capito! Massimo mi ha detto che dobbiamo assolutamente leggere i gialli della Rowling sotto lo pseudonimo di Robert Galbright!”

E quando un lettore dice a un altro lettore… “assolutamente” non ci si può tirare indietro. Come fosse un patto tacito e segreto, una promessa da mantenere. 

Così è.

E qua devo subito mettere in campo la mia totale sincerità: non lo sapevo. 

O meglio, avevo forse sentito vagamente questa notizia ma temo di non averle dato peso.

Ricordo che dopo Harry Potter, lessi “Il seggio vacante” e ne rimasi piuttosto delusa. 

Ma Hogwarts e la sua magia avevano appena scavato e insieme riempito tutto un mondo dentro di me e per lungo tempo non ci fu posto per null’altro.

Poi nel dolce amaro capodanno del 2020 con il coprifuoco alle dieci e a letto poco dopo la mezzanotte lessi il mio primo libro del nuovo, atteso anno: “L’Ickabog”. 

E tornai a innamorarmi di lei.

Così fu per “Il maialino di Natale”.

La J.K. Rowling che conoscevo. 

Quella che dietro ogni grande storia, ogni piccola parola, nasconde un significato che diventa tuo per forza. Chiunque tu sia. 

Qualche giorno dopo la Fiera, sono finita nell’abbraccio della Libreria Mondadori, da Stefy e Lella e il caso ha voluto che avessero il secondo libro di questa serie di gialli di Robert Galbright: “Il baco da seta”.

Titolo accattivante, trama fitta di misteri, indagini, messaggi subliminali legati a scrittori e case editrici, truculenti omicidi che ho buttato giù solo per loro… Cormoran Strike e Robin Ellacott. 

La mia follia nuova di zecca, la mia rovina. 

Tra ordini e regali sono arrivata al punto in cui mi trovo adesso. 

Luglio di un’estate che non è estate e sei libri, su una mensola dedicata, che in questi mesi hanno completamente assorbito la mia attenzione di lettrice. L’ultimo, il settimo, è in lettura. Ne scrivo ora perché credo che una volta finito dovrò fare i conti con un po’ di vuoto.

Solitamente leggo vari libri in contemporanea.

Robert Galbright mi ha fatto riscoprire la possibilità che qualche volta, semplicemente, non è fattibile. Non può funzionare. 

E ora vi spiego il mio perché.

Li avrei letti con lo stesso trasporto se non avessi saputo che a scriverli è stata la mia Regina J.K. Rowling? Li avrei letti?

Non lo so.

Quello che so è che, avendo questa consapevolezza, l’ho riconosciuta dalle prime pagine. L’ho sentita nelle minuziose descrizioni di ogni cosa. I luoghi, che pare di avere davanti, dentro, dove sembra di camminarci, posti a cui appartenere. 

Le trame zeppe di dettagli che possono sembrare insignificanti ma che alla fine si incastrano alla perfezione, srotolando sempre il bandolo della matassa.

Ma soprattutto, i personaggi.

La Rowling, se proprio vogliamo continuare con la sincerità, ha un po’ la pecca di essere ripetitiva. Difetto che si trasforma in pregio quando cominci a capirne il perché.

E lo fai, collegandoti inevitabilmente alla storia di Harry Potter… e di Hermione, Ron, Silente, McGranitt, Sirius, Piton e via discorrendo.

Questi personaggi, che sono entrati nell’immaginario collettivo, ne sono anche usciti… per viverci a fianco. 

Non possiamo dire il contrario!

Sappiamo tutto di loro, ne facciamo spesso riferimento quando accade qualcosa nella nostra realtà.

E così è per i miei nuovi amici, Cormoran e Robin, appunto. 

Li descrive in continuazione, tanto da imparare a memoria che lui, corporatura da ex pugile, naso storto, capelli che sembrano “peli di pube” e lei capelli biondo rame, occhi grigio azzurri; oppure che a lui tira il tendine del ginocchio alla base del moncone perché ha perso una gamba quando è saltato in aria nell’esercito e lei si sente sminuita quando sta con Matthew ma è lui ad esserle rimasto accanto dopo quello che le è accaduto all’università.

Ed è questo: un attimo prima te li sta appena presentando e l’attimo dopo hai letto millemila pagine e li conosci intimamente.

Ti attacchi alle loro vite, ai pensieri, ai luoghi che frequentano, Denmark Street, il Tottenham e vuoi sederti con loro a bere una pinta di Doom bar e un bicchiere di vino rosso. E prendere la brutta abitudine di fumare Benson & Hedge e bere il the a ogni ora, forte, ambrato… del colore giusto come solo Robin lo sa fare.

Eccolo l’arcano segreto, quello per cui non so se li avrei letti altrimenti… ma li ho letti.

Perché li ha scritti lei. 

Robert Galbright è J.K. Rowling. 

Mi basta e avanza e questa è la sua grandezza: prendere un bel pezzo di qualche suo mondo e donarlo per intero a chiunque legga le pagine dove, con magia, lo ha trasposto.

©Erika Carta

ATTENZIONE

ATTENZIONE


Oggi, 26 aprile, si è conclusa la IX Edizione della Fiera del Libro di Iglesias.

No, non ho sbagliato.

Lo so bene che le date canoniche vanno dal 22 al 25, che i giorni sono quattro.

Ma è nelle ore della mattina successiva che finisce veramente ogni edizione.

Devastati di stanchezza ci trasciniamo ancora una volta lì, in Piazza Pichi, dove pulsa questo cuore che irradia la sua linfa in vari altrove vicini e lontani, oltremare. 

Rimane qualche sedia da sistemare, casette da svuotare, scatoloni e macchine da riempire. 

Viaggi carichi alla Sede di Argonautilus che tutto conserva e presto restituisce.

E per fortuna c’è sempre qualche ospite che ancora non è partito. 

Io li guardo, mi fermo e vedo i miei colleghi Argo… i miei amici, che si muovono da una parte all’altra con l’adrenalina da smaltire.

Ed è lì che mi rendo conto.

Mi rendo conto che anche questa Fiera è esistita davvero, che ce l’abbiamo fatta una volta ancora seppure in qualche momento abbiamo temuto di no.

Come ha scritto la nostra Stefania, della Mondadori di Iglesias… siamo Argonauti, mica extraterrestri. (Anche se ho l’impressione che ci andiamo molto vicini.)

Questa mattina, per esempio, gli ospiti superstiti erano tre librai da Torino, Barcellona e Trieste e ognuno di loro è anche tanto più di un semplice “venditore” di libri. 

Erano lì, su tre sedie vicine a parlare fitto fitto e io gliela scorgevo quella luce che vedo sempre dentro gli occhi di tutte le persone che vengono da noi alla Fiera e si scambiano numeri di telefono insieme a pensieri e sensazioni. Creano contatti e sono ben intenzionati a mantenerli.

Ci abbracciano quando arrivano, ci dicono “grazie” e “complimenti”, sorridono, brindano a noi e con noi.

Ci abbracciano quando se ne vanno.

E ormai, più d’uno rivolge uno sguardo attento, pronto a chiedere: “Hai bisogno di aiuto?”

Attenzione.

Questo era il tema del 2024, comune a tutti i festival della Rete Pym.

Devo essere onesta: non l’ho compreso nell’immediato quanto poi mi si è dipanato davanti agli occhi e dentro la pelle, durante l’organizzazione e in questi giorni appena trascorsi.

Attenzione: parola che porta con sé molteplici significati, alcuni così semplici da sembrare scontati. Ma non sia mai! È proprio la profondità di questo concetto che abbiamo sviscerato negli svariati incontri che hanno letteralmente riempito dal vivo piazze, bar, teatro e virtualmente radio e social.

Attenzione alla Terra.

Attenzione al Libro e al diritto d’autore.

Attenzione alle scuole.

Attenzione alla Libertà.

Alle parole da usare, ai gesti, alle sensibilità che albergano dentro ognuno di noi.

Attenzione: parola che porta con sé anche il suo contrario: Disattenzione.

Perché sì, esiste anche quella. Eccome se esiste.

Ma, come ho appreso poc’anzi dalle parole di un caro amico… “In un mondo di moralisti della domenica che parlano e parlano e parlano ma non fanno mai un cazzo di vero[…]non cercare mai compassione e vittimismo è l’unico modo di zittirli. In un mondo di pagliacci che si esibiscono senza nemmeno chiederti i soldi del biglietto, è solo respirando la strada che si può arrivare alla persona, ovvero allo scheletro, all’uomo in purezza.

Lo scheletro, esatto, le ossa: ecco cosa mi interessa. Chi fa la morale, chi non è capace di autocritica, chi non è meritorio di altra risposta se non un assordante silenzio, semplicemente, può andarsene a fare in culo lontano dalle mie parole, che sono la cosa più importante che ho essendo l’unica cosa.

Ed ecco perché non userò le mie parole per la disattenzione. 

Non mi interessa.

Può volare via come “la foglia”.

Perché oggi sono sì malinconica (ancora non come lo sarò nei giorni a venire) ma soprattutto sono colma di amore dato e ricevuto, sono fiera, grata e felice. 

Sempre.

Ed è per raccogliere le mie emozioni e dire questo, solo questo, che scrivo. 

La mia gioia, ho scoperto in un tavolo in mezzo al verde sotto un cielo clemente, profuma di mandarino. 

Il tempo della Fiera del Libro di Iglesias è sempre un po’ strano, sembra muoversi infinitamente piano e smaterializzarsi dal momento in cui si dice: “Benvenuti alla prima Colazione d’autore” a “Grazie al Circolo Musicale Verdi per l’evento conclusivo.”

Ogni volta che finisce è come un po’ “morire”, ma noi Argonauti non sappiamo fare niente di meglio che rinascere dalle nostre ceneri… come la Fenice.

Dimentico qualcosa? 

Ah sì, giusto la giornata “Iglesias come Hogwarts.”

Mi dispiace ma se proseguissi qui, poi dovrei cercare un editore per pubblicare questo che diventerebbe un romanzo.

Per cui sappiate che devo ancora metabolizzare a lungo, prima di scriverne.

“Tu sei un mago Harry.”

“Io sono… cosa?”

“Un mago! Un mago coi fiocchi direi, una volta studiato un pochetto.”

“Non posso essere un mago, voglio dire… sono solo Harry… solo Harry!”

© Erika Carta

E venne il Natale

E venne il Natale

Perfino Novembre, a parer mio il mese più triste dei dodici, ogni volta se ne va. E lascia arrivare Dicembre che gentilmente porta scintille di magia di giorno in giorno, fino a esplodere intorno al 25. 

Io, la magia, l’ho vista da bambina. L’ho vissuta fuori e dentro e lì è rimasta, a crescere con me. Attaccata con tutta l’energia possibile per non scivolare via, impegnata a esplorare sempre nuove vie non potendo, ahimè, tornare su quelle percorse.

È un carico importante, necessario. 

Tra le tante cose che rilucono, ce n’è una che non è un diamante, non è un festone colorato, non è una lampadina intermittente.

Ormai è diventato come un appuntamento fisso, lo aspetto da svariati anni, ogni Dicembre.

Non è un gioiellino ma è come se lo fosse. 

È un libro, naturalmente.

È piccolo, con la copertina bianca e dei cerchietti satinati che riflettono l’esterno. È così che si crea il gioco di luci che pare lo faccia brillare.  

I nomi degli autori sono scritti in nero e il titolo in un bel rosso e ha, da un lato, un disegno un po’ vintage, sempre diverso che ricorda le vecchie cartoline di auguri per Natale.

Sto parlando dei libri della collana “Natale ieri e oggi” della Graphe.it, la casa editrice umbra che recentemente è diventata maggiorenne. 

Dentro queste pagine c’è sempre una poesia, un racconto del passato e un racconto di un autore o di un’autrice del presente. 

(Un po’ come le visite che riceve Scrooge, tolta quella del futuro!)

Quest’anno, la poesia è “Le ciaramelle” di Giovanni Pascoli.

“suono di chiesa, suono di chiostro, 

suono di casa, suono di culla, 

suono di mamma, suono del nostro

dolce e passato a piangere di nulla”.

Il racconto del passato è dello scrittore e giornalista Paolo Valera, vissuto tra il 1850 e il 1926, che si fa testimone realistico della vita dei più bassi strati socialie ci parla del giorno di Natale dentro al riformatorio di Finalborgo. 

La tristezza di Natale” che si sente in ogni parola ma che lascia spazio a episodi di gentilezza e commozione, insieme a un barlume di speranza.

“Non sono dunque completamente perduti. Credetemi, l’uomo che ha ancora la rugiada del cuore, è ancora un essere redimibile. […]Te lo giuro sull’anima mia: non dimenticherò mai questo momento del Natale in galera. È un episodio che mi resterà nella memoria in eterno. Mi hanno intenerito come un fanciullo.”

Nel racconto di Eleonora Carta, invece, mi rendo conto soltanto ora mentre lo scrivo, il titolo rende l’idea di cosa è narrato e da dove, esattamente, arriva… “Dal profondo”.

Se vi farà lo stesso effetto che ha prodotto in me, vi ritroverete a leggere un po’ guardinghi l’inizio per poi proseguire con curiosità, arrivando a un punto in cui non è più possibile fermarsi e in apnea, seguire una scia di luce fino alla fine. 

E scoprire che no, non è la fine. Anzi.

“Non ho bisogno di respirare e questa non è apnea ma un nuovo modo di essere. Lo stesso, provo la necessità di salire verso l’alto, e con una foga sconosciuta, perché è la mia mente, non i polmoni, ad avere bisogno di aria.[…]

Ascolto la notte e l’unica cosa che mi giunge alle orecchie è il grande respiro collettivo di queste creature che mi abbraccia nel suo inspirare ed espirare e l’aria è colma di calore e del flusso di luce che discende dal cielo[…]

Quello che mi ha lasciato la lettura di questi racconti, in una notte di Dicembre, è la sensazione che molto più spesso di quanto riusciamo ad ammettere, l’essere umano è il peggior carceriere di sé stesso. Sarebbe molto meno doloroso accettare le cose fatte nuove semplicemente per quello che sono: soltanto… nuove.

E mi hanno fatto riflettere sul fatto che certe volte, l’unica, necessaria scelta da compiere è quella di credere fortemente in qualcosa. 

E venne il Natale.     

Nella città invisibile

Nella città invisibile

Prendo in prestito un concetto che è stato il fulcro sotteso della trascorsa edizione della Fiera del Libro di Argonautilus: il luogo. Inteso come spazio fisico e come identità. Meta di partenza, passaggio, arrivo e nostalgia. Specchio e lingua dove riconoscersi.

E si sa, per muoversi nei luoghi servono le mappe.

Ora, una domanda: come ci si orienta in un posto invisibile?

Italo Calvino ce l’ha raccontato attraverso i dialoghi tra Marco Polo e Kublai Can.

E Gianmarco Parodi, invece, ci ha raccontato Italo Calvino portandoci “Nella città invisibile”. 

Fresco di stampa, il suo nuovo lavoro edito da Piemme, ha come sottotitolo: “Viaggio immaginario nei luoghi calviniani”.

Io, Sanremo non l’ho mai vista. Come non ho mai visto di persona “i sentieri dei nidi di ragno” o l’albero de “il barone rampante”. Ma vi assicuro che ci sono appena stata, non l’ho soltanto immaginato.

Sì, sì, esattamente.

Il viaggio è cominciato dalla banchina in fondo al vecchio porto. Tra cancelli, albe, tramonti, domande e risposte ho camminato, insieme a chissà quanti altri avventori nella città di questo ragazzo, Gianmarco, che immagino calcare le orme di un gigante della letteratura, con rispetto e coraggio. Zaino, libro in mano e occhi pieni di meravigliosa attenzione.

Così, non sentiamo solo parlare del Calvino scrittore ma anche del Calvino uomo. Certo, io mi chiedo se debbano per forza essere due entità distinte e no, la risposta che trovo di riflesso tra queste pagine è: no. Tutt’altro.

[…] alla fine la vita privata e l’opera di uno scrittore non sono poi così distanti. L’una si nutre dell’altra[…] trasformando entrambe in oggetti  tanto visibili quanto invisibili. […]

Chi scrive trova il modo di parlare di sé, sempre. 

Forse, si può scambiare posto ai fatti, aggiungere un tratto a una persona, toglierlo a un’altra. Disseminare indizi tra le righe. E anche io sono certa che ogni parola raccontata affondi le sue radici nell’infanzia. Che poi evolve come fa la vita stessa.

E cos’è che si mantiene vivido con maggiore intensità nel cuore di un bambino? Di un ragazzo? Anche e forse, soprattutto, quando ci si allontana?

I luoghi… e chi li ha abitati, naturalmente.

Così grazie alla sua scrittura, trasparente come lo specchio d’acqua su cui torniamo sospesi, possiamo vedere anche noi la Sanremo di Calvino ma anche quella di Gianmarco e dentro… tutte le città possibili. 

Erika Carta

DELITTO ALLA BAIA D’ARGENTO

DELITTO ALLA BAIA D’ARGENTO

Circa un anno fa, era luglio, feci la conoscenza di un commissario di polizia arguto e sensibile, Alvise Terranova.

Si occupava di un “Omicidio a Carloforte”, muovendosi tra la vita e la morte di un parroco misterioso, tra colazioni abbondanti senza cui la giornata non poteva cominciare, i dischi di Tom Waits, il buon vino, il passato prossimo, le donne.

Tutto avveniva dentro le pagine profumate di un libro, edito da PIEMME e nato per mano o meglio, per penna di Antonio Boggio. 

Dopo legittima attesa, il Commissario Alvise Terranova è tornato a noi, avidi lettori.

Insieme a lui emerge di nuovo, dal mare, la nostra isola nell’isola che si fa sempre più grande, sempre più vicina, come vista dall’arrivo in traghetto.

“Erano le otto e quaranta, il sole era appena tramontato ma il nero della notte non aveva ancora coperto lo specchio di mare tra le braccia del porto. I lampioni appena accesi sembravano smarrirsi in quell’atmosfera ovattata dove il giorno non se n’era ancora andato del tutto. Le automobili si susseguivano sul lungomare, la gente a passeggio sembrava attraversare un filtro pastello in un film noir anni cinquanta.

E mentre il solito allevatore paesano denuncia il furto delle solite sette galline, a Carloforte, dove non succede mai niente, succede invece che un uomo viene trovato morto.

Si tratta questa volta di un imprenditore, Giulio Mazzini, il cui corpo viene scoperto da alcuni operai una mattina di luglio, sotto le macerie di un Hotel prossimo alla demolizione.

L’Hotel Baia d’Argento.

Si apre così la vicenda madre attorno alla quale si snodano i personaggi del U Paise con le loro vite intrecciate e ogni elemento, anche il più insignificante, collegato a un altro e a un altro ancora fino a quando tutti i nodi si sciolgono, la trama si dipana e il caso viene risolto.

Ma, come ogni volta che mi accingo a leggere un giallo, ciò che mi tiene incollata alle pagine non è mai questo.

Non me ne vogliano, i lettori giallofili, né lo stesso autore se esprimo con solerzia che non mi importa chi sia l’assassino! 

A onor del vero ho seguito le indagini e i ragionamenti del Commissario e della sua squadra come fossi lì, con loro. Ho provato, come faccio sempre, ad anticipare la soluzione, cercando indizi nascosti tra le righe, mai certa del risultato fino alla fine.

Ma, ripeto, c’è dell’altro se leggo quattrocentoventi pagine senza rendermene conto, da una notte all’altra, interrompendo di tanto in tanto per un lieve bruciore agli occhi.

È come quando ci si disinteressa della meta di un viaggio perché bello, è il viaggio stesso.

Così, con questo Delitto alla Baia d’Argento ho ritrovato con gioia una vecchia conoscenza, Alvise. 

Umano in ogni sfaccettatura, così caratterizzato da riconoscerlo familiare dopo tempo.

Capace, determinato sul lavoro, critico e ironico con sé stesso e con gli altri. 

Ci sono state scene comiche in cui ho immaginato la reazione del suo viso, come fosse amico mio.

Questa volta ci ha altresì permesso di scavare più a fondo nell’anima della sua persona, nel passato remoto, sovrapponendo al presente ricordi pieni di quella nostalgia agrodolce che è tipica degli anni novanta (forse perché la provo anche io!)

Nei suoi ricordi ora poteva vedere le biciclette sfrecciare, le ginocchia sbucciate, i copertoni roventi sul cemento accidentato. Allora l’entusiasmo era una cosa semplice.

Ci ha consentito di entrare in punta di piedi nella notte che si porta dentro. 

Ma sapete? Si dice spesso, per chi è troppo allegro, che c’è sotto qualcosa. 

Non sono più d’accordo. 

Non si deve nascondere proprio un bel niente.
Chi ha luce, ha buio.

E sono uno al fianco dell’altra.

Ed è questo, forse, che rende persona il personaggio di un libro e tangibile tutta la sua storia, passata e presente.

Aveva sempre diviso la sua vita in due parti, un po’ come i vinili o le musicassette. C’era il lato A, quello fino a 14 anni, la sua vita a Carloforte prima della partenza per Genova. E poi c’era il lato B, che andava da quel momento in poi. Si domandò se magari ci fosse anche un lato C, il ritorno a Carloforte, l’autunno precedente. Oppure un immaginario demiurgo aveva rigirato il disco sul lato A e lui era tornato a vivere in quella dimensione spazio-temporale che gli sembrava lontanissima?”

© Erika Carta

Spostare la luna dall’orbita

Spostare la luna dall’orbita


Approcciarsi a un libro scritto da Andrea Marcolongo, non è mai cosa scontata.

L’unica certezza risiede nel fatto che le sue parole, colpiranno a fondo. Ancora una volta. 

La sorpresa sta nello scoprire come.

Spostare la luna dall’orbita, “così l’archeologo Edward Daniel Clarke descrisse lo sgomento dei greci, che assistevano terrorizzati all’operato degli inglesi, certi che prima o poi l’anima della terra ellenica si sarebbe vendicata”.

Un titolo quanto mai azzeccato anche per la storia che ci racconta questa volta l’autrice.

Vorrei correggermi, preferendo il plurale: le storie. Ma non sono sicura fino in fondo che sia così.

Perché mi è parso che Andrea Marcolongo, in questo romanzo più che mai, ci parli a un’unica grande voce, che è la sua ma anche quella di cielo e terra della Grecia. Della Francia, dell’Inghilterra, dell’Africa. 

Del sottilissimo confine tra carnefice e vittima.

Di vuoti. 

“Siamo nostalgie”.

Come non rispecchiarsi. Nell’una e nell’altra cosa.

Andrea Marcolongo non si limita a narrare la storia o la sua storia.

Con maestria tesse una trama impeccabile fatta di entrambe.

Ci racconta di Lord Elgin, nobile e diplomatico britannico, famoso per aver stuprato e smembrato il Partenone ad Atene, e trafugato i marmi di Fidia, trasportandoli a Londra.

Lord Elgin che oltre a questo è stato marito, amico, padre, uomo.

L’autrice fa suo e anche nostro il ruolo di ladro, la sindrome dell’impostore e infine, inevitabile, il riconoscimento e l’accettazione di un bisogno.

Sotteso e pulsante come pochi, quello di valere, di essere riconosciuti, di sentirsi dire Bravi.

Se lo chiede, Andrea, cosa sia l’autostima. Se il valore risieda dentro o fuori.

Parla del mondo classico, quello della Grecia a cui tutti dobbiamo la vita.

-Il concetto di “classico” è quanto mai immateriale, è quasi il respiro del mondo che oggi abitiamo. Come l’atmosfera, il classico anima l’aria nella quale si formano i nostri pensieri, di cui l’antico è l’incontaminato ossigeno.-

E quello dei genitori, a cui ognuno deve la propria. 

Non senza giudizio autocritico, attraversa a ritroso il suo viaggio dentro la vita, stando ferma in una notte chiara di maggio al Museo dell’Acropoli di Atene.

Un privilegio di cui ci ha reso dono, con queste pagine.

Rifiuto, rabbia, distacco.

Fuga.

“Ma questa storia non è finita per sempre come sta finendo la mia notte al Museo dell’Acropoli. Molte pagine sono ancora da scrivere, quelle della cura, del risarcimento, della soluzione. Forse anche della restituzione.

Il tempo presente è il foglio bianco della storia futura della Grecia. La mano e l’anima che la scriveranno sono le nostre.”

Vale anche per noi. 

© Erika Carta


Notturno francese

Notturno francese

Con la mente scevra da qualunque  informazione preliminare mi accingo a leggere l’ultimo romanzo dell’autore Fabio Stassi, che dal 22 al 25 Aprile sarà nostro ospite alla Fiera del libro di Argonautilus, a Iglesias.

Notturno francese, edito da Sellerio, che fa delle sue pagine un profumo buonissimo, come di libreria antica, di saggezza.

Non saprei dirti se era stato per la luce che aveva Roma, quel giorno, o per l’abitudine di andarmene in giro da solo, senza una direzione precisa e niente da sbrigare, o per via di tutta la gente che attraversava la stazione all’ora di pranzo e che invitava a perdersi tra la folla e a non essere trovati.

Ok. Sta parlando con me. Proprio con me, direttamente con me.

Fabio Stassi, o meglio… Vince Corso, il suo protagonista, sta cominciando a raccontarmi una storia. 

Mi metto comoda, nel senso più ampio di disposizione d’animo.

“Roma” “luce” “perdersi tra la folla e non essere trovati.”

E io, sono già, completamente assorta.

Sono bastate davvero pochissime righe. Sei, per l’esattezza.

Biblioterapeuta di professione, Vince Corso sale sul treno che da Roma dovrebbe portarlo a Napoli, da Feng, la sua compagna, per un weekend romantico fuori porta.

Ma il destino, gioca beffardo. E quando succede, lo fa per bene, con un intreccio di elementi che se legati ai libri, assumono un’aura magica senza eguali. 

La storia di Xavier a Bombay, tra le pagine del “Notturno indiano” di Antonio Tabucchi, che Vince ha scelto di portare con sé; Saverio, compagno di viaggio misterioso e quasi mistico. 

Un treno sbagliato, che invece va a Milano. E da lì a Genova.

Ma davvero, c’è un errore? 

Il resto della storia è l’ultimo filo di voce di una madre, i ricordi d’infanzia, le cartoline spedite senza nome. 

L’idea che in una precisa sera di tanti anni prima, la pioggia fosse il tempo esatto.

La Costa Azzurra e i suoi hotel.

Il mare, vivo e prepotente.

I libri dal dorso blu.

Il resto della storia è il viaggio, inteso come ricerca.

“In questa strana città non ero venuto per cercare, ma solo per essere trovato.”

Se l’intento meraviglioso di Fabio Stassi è essere un po’ biblioterapeuta anche lui, come il  suo Vince Corso, saprà bene che una storia come questa è in grado di far impazzire di fermento milioni di lettori già di loro matti, come me. 

Titoli di libri che scorrono sui treni, tra i binari delle stazioni ferroviarie, si fermano sopra il comodino di una stanza d’hotel, attraversano il tempo.

Incastonati come gioielli.

E saprà anche che un lettore o una lettrice aggiungono sempre qualcosa alla storia che diventa proprio così, condivisa.

Allora mi capirà se gli rivelo che in una pagina precisa mi è parso di cadere tra le righe di “Tenera è la notte” del citato Fitzgerald.

È stato solo un momento ma quella sensazione di intensità non mi ha lasciata più.

Eccolo, un altro libro da amare. Questo Notturno francese.

Il cuore di chi legge è immenso, ha più spazio di una libreria che traballa.

Ci sarà sempre posto per una nuova storia, per le parole che colpiscono e restano.

Come puntine su una mappa, che tracciano i luoghi di un viaggio destinato a divenire in eterno.

©Erika Carta

Don Chisciotte in Sicilia

Don Chisciotte in Sicilia

Ho la ferma convinzione che i libri comunichino tra loro, senza che noi lo sappiamo.

Che prendano vita, fuori dagli occhi, tessendo collegamenti in testa, sulle linee delle nostre mani. 

Come può la vita allegramente dissipata e profondamente scorretta di Barney Panofsky di cui si è letto per la prima volta nel 1997 grazie all’autore canadese Mordecai Richler, infiltrarsi tra le righe di un “Don Chisciotte in Sicilia” venuto fuori nel luglio 2022 dalla penna di Roberto Mandracchia, scrittore di Agrigento?

Non lo so. Eppure ho ritrovato uno nell’altro e sono sicura che l’unica risposta, sta nell’amore. 

Perché io, dei libri m’innamoro.

E se le 484 pagine de “La versione di Barney” le ho amate molto lentamente, sbocconcellando pagina per pagina senza fretta, le 215 del “Don Chisciotte in Sicilia” non ricordo nemmeno di averle iniziate che già le ho finite. 

Travolta da un ritmo incalzante e ironico, trascinata in una storia surreale che a volte, a finirci dentro, si capiscono tante più cose di quella realtà che troppo spesso ci appare incomprensibile.

Lillo Vasile, professore di italiano in pensione e vedovo, sprofonda proprio lì, dalla sua poltrona, dentro le vicende dei gialli di Andrea Camilleri, per fuggire una quotidianità troppo grigia, sempre uguale.

Mi è sembrato di vederli, lui e i suoi vecchi amici, che si incontrano su una panchina, con badanti a seguito, nelle calde mattine dal profumo di Sicilia.

E ha fregato pure me, quel luccichio nei suoi occhi quando alla targa del loro paese hanno aggiunto il nome Vigata e lui è improvvisamente diventato… il commissario Montalbano. 

Roberto Mandracchia ha questa idea geniale di attingere alle radici della sua terra, alle storie del Maestro e di far diventare il suo protagonista un Don Chisciotte siciliano accompagnato dal fido Sancho Panza, che qui è “l’africano”, “Ousmane” o “Fazio” per l’occasione. 

E lo fa con una tale tenerezza verso i personaggi che è impossibile non rimanere affascinati.

Intrighi, equivoci, dialoghi spassosi che tengono compagnia dalla prima all’ultima pagina.

E insieme, porta avanti la sottile denuncia che è propria dello stesso Camilleri, di Sciascia, a cura di una terra così piena di sole, bellezza e intelletto che è la Sicilia. 

©Erika Carta

Controluce e azzurro di smalto.

Controluce e azzurro di smalto.

“Della Sardegna è facile amare il mare, i suoi colori: sono talmente potenti da non poterli ignorare. Quello che è difficile scoprire è la sua gente. I sardi parlano una lingua unica, sono orgogliosi e testardi, ironici e fatalisti, con un’innata cortesia che scalda il cuore. La loro storia antica ce l’hanno scavata dentro, come solchi di una montagna.”

Nel giugno del 2019 leggevo Flavia’s end, sprofondata nella mia seggiolina sulla sabbia e nella storia, imbastita da Claudia Aloisi.

Leggevo di Flavia, Luigi, Maria, Estelle e Marco. Leggevo di blu cobalto del mare mentre il mare mi teneva compagnia. 

Era stato come conoscere la mia terra per la prima volta, con i miei stessi occhi posati però  sulle strade, sulle pietre e sui tramonti con il filtro delle pagine scritte da Claudia.

Questo Natale ho scartato un dono che mi ha fatto brillare gli occhi di urgenza. 

Con i libri, succede molto spesso. Con quelli desiderati, anche di più.

Eccola, la sua amata baia: il mare sempre di un tono più intenso del cielo, i monti di Nebida, protesi sull’acqua; le case aggrappata alle rocce nel loro incerto equilibrio, la familiare sagoma della torretta di Porto Flavia, invisibile a tutti, tranne a chi sapeva dove guardare. E poi lui, il Pan di Zucchero: il maestoso faraglione di calcare bianco striato dall’erosione, che si ergeva dal mare con la sua forma irregolare ma inconfondibile. Quello era il panorama che scandiva il tempo a Nebida […]”

Controluce. Claudia Aloisi.

Incredibilmente, a pagina 48, ero già consapevole di cosa avrei detto o meglio, scritto, alla fine. 

Perché la sensazione è arrivata chiara e limpida lasciandomi certa che sarebbe perdurata fino all’ultima riga. 

È stato come tornare a casa, senza essere mai andata via, eccetto qualche meravigliosa incursione di mondo là fuori. 

Estelle Moreau, fotografa belga, si trova suo malgrado a ripercorrere i passi su quella terra che già una volta l’aveva accolta e sconvolta.

Tra i misteriosi eventi che collegano di nuovo passato e presente in un gioco di luci e ombre, il profumo salato dell’acqua di mare, il cielo “azzurro di smalto” rischiarato dal maestrale, e il gusto morbido di mandorle e arancia dei guefus, Estelle si interroga ancora una volta su cosa voglia davvero. Non è la sola a doverci fare i conti.

Domandarlo non è difficile.

Complicato è semmai trovare le risposte, nascoste in fondo a strati e strati di roccia. 

Controluce non racconta soltanto una storia avvincente. 

Ne racconta due: quella degli anni 20 del 1900 e quella degli anni 20 del 2000. 

Ne racconta molte di più.

Perché ogni personaggio è un po’ come Shreck spiega a Ciuchino nel primo film d’animazione che li vede protagonisti: strati! 

Le persone sono fatte di strati. Che siano più simili a cipolle o a torte, questo è tutto da scoprire. 

Ma fa sempre riflettere l’evidenza, che ogni tanto scordiamo, che luci e ombre possano convivere dentro un’unica anima. 

Quanto ai luoghi, l’urgenza di leggere si accompagna all’urgenza di andare a vederli.

Di nuovo, ancora e sempre, con quella suggestione in più che da i brividi. 

La fantasia, si mischia alla realtà nell’ultimo giorno dell’anno, un giorno di sole.

La presenza del passato, tangibile anche se assente. 

E basta un libro a evocare tutto questo.

A schiarire un po’ la vista, dopo che era stata abituata a parecchio buio.

La magia come risultato di un lungo lavoro di immaginazione, pazienza, fatica e passione.

Che meraviglia scrivere! E che meraviglia leggere! 

Ed emozionarsi sulla pelle, quando per uno strano effetto, sembra di scorgere qualcosa all’imboccatura di una galleria, controluce. 

© Erika Carta

La vergogna

La vergogna


Mi viene da dire “La conosco di vista” come si dice per una persona che si vede spesso, magari nella propria città, senza averci mai avuto a che fare.

Ecco, Annie Ernaux l’ho sempre vista tra gli scaffali della libreria, ne ho sentito parlare da una libraia appassionata, insieme ai suoi lettori e lettrici.

Qualche pagina condivisa, frasi, parole.

Di recentissimo è stata insignita del Premio Nobel per la Letteratura 2022.

Se questo è il motivo che ha spinto la mia curiosità a incrociare la sua strada, ben venga.

Ma so bene che nulla, coi libri, accade per caso. 

Il tempo, coi libri, assume la giusta dimensione che troppo spesso gli neghiamo. 

Mi si è presentata, in una di queste mattine soleggiate fuori e brumose dentro, con la copertina color vino e per titolo un’emozione: La vergogna. 

“L’aspetto peggiore della vergogna è che si crede di essere gli unici a provarla.”

Ho iniziato a leggerlo per strada, mentre camminavo.

Anche l’urgenza mi è familiare.

Annie racconta di una domenica di giugno in famiglia. Era il 1952. Un episodio che fa da spartiacque tra  l’innocenza bambina di prendere per unico tutto quello che la circonda e la realtà.

Nel suo caso macchiata dalla vergogna. 

Non soltanto la realtà di quel giorno ma anche di tutti quelli a venire. 

Ciò che mi ha sorpresa è il modo apparentemente distaccato che ha di narrare.

Nelle prime pagine racconta l’episodio. Lo scrive, lo ferma nero su bianco, così come è vivo nella sua mente. Un fatto.

Poi non ne parla più. 

Ma è dappertutto.

E quello che ha sotto pelle è tutta un’altra storia.

La si può leggere mentre descrive il posto in cui vive, le strade, gli abitanti. Gli altri.

Il bar-drogheria dove lavorano i genitori. Parla di loro. Racconta della scuola privata, di come era organizzata. Di fotografie, religione, di un viaggio.

“Quello che mi importa, invece, è ritrovare le parole attraverso le quali pensavo me stessa e il mondo circostante. Stabilire ciò che per me era normale e ciò che era inammissibile, persino in immaginabile. Ma la donna che sono nel ‘95 è incapace di ricollocarsi nella ragazzina del ‘52 che conosceva soltanto la sua cittadina, la sua famiglia, la sua scuola privata, e aveva a sua disposizione un vocabolario ridotto. E, davanti a lei, l’immensità del tempo da vivere. Non esiste un’autentica memoria di sé.”

Ed è incredibile come contestualizzando prenda le distanze e insieme le annulli.

Ogni pagina aperta è una ferita sanguinolenta; una lotta tra futuro e memoria. Ogni parola, un tentativo di cura.

In un libro di quell’anno, “La guerra del soldato Tamura”, Shohei Ooka scrive: 

“Forse tutto ciò è solo un’illusione, ma non posso mettere in dubbio quello che ho provato. Anche il ricordo è un’esperienza.”

Sopra a tutto c’è un aspetto che mi ha colpita, che arriva esattamente quando e dove deve arrivare. 

Non saprei spiegarlo meglio di lei, scrittrice, premio Nobel, ragazzina nel ‘52, donna nel ‘95.

Annie.

“Nulla può cambiare il fatto che le cose siano andate così, che io abbia provato ciò che ho provato, quella pesantezza, quella nullificazione. La vergogna è la verità ultima. È lei che unisce la ragazza del ‘52 alla donna che sta scrivendo.” 

© Erika Carta