Il grembo paterno

Il grembo paterno


“…e l’acqua l’accarezzava perdonandole tutto, come solo prima di esistere succede, come solo nel grembo materno.

Nel grembo paterno.

Dove galleggiamo quando ancora non siamo successi, nella pancia delle donne, nella mente degli uomini che ci aspettano e che, se si perdonano di farci venire al mondo senza avercelo chiesto, in quei nove mesi devono per forza promettere a noi che tutto ci perdoneranno, che basterà l’amore, l’amore sistemerà sempre quello che sbagliano.

Almeno fino a quando non si sfascia: ma che si possa sfasciare, l’amore, le pance delle donne e le menti degli uomini incinte se lo devono dimenticare, altrimenti non potrebbero essere mai tanto pazzi da invitare un altro essere umano, che per di più dovranno sfamare loro, a partecipare a questo terremoto dove gli altri ci sono, poi escono a controllare i fari, poi non ci sono più e poi tornano o magari no – e chi lo sa cosa è meglio”.

Il grembo paterno è una lettera.

Lunga 223 pagine. 

Una lettera che tutti i figli rimasti figli vorrebbero ricevere. 

Un racconto, un fortissimo grido, vomito di parole.

Un’ammissione di responsabilità, un “perdonami per gli sbagli che ho fatto e che farò. Provo almeno a spiegarteli.” 

E tutte queste parole hanno sempre la sua voce. 

Chiara.

La riconosci, ti sembra di risalire a bordo dell’Arca senza Noè, di riprendere da dove “non ci eravamo lasciati”.

Di specchiarti nelle ferite. Sue, di tutti, mie.

Adele si mette a nudo. 

Nasce in una famiglia povera, i Senzaniente.

Che poi si arricchisce ma non sa che farsene di tutta quella ricchezza e di tutte quelle parole nuove. 

Che si siede attorno a una tavola degli anni novanta, con Gigi Sabani e Magalli in tivù, e poi il silenzio e le ingombranti presenze sotto le sedie.

Il grembo paterno racconta di una generazione che con quelle presenze ci va ancora a letto, ci si sveglia, se le porta in giro, dentro.

Che fa fatica ad abbandonarle, tanto ci son da sempre, che sembrano quasi rassicuranti. Casa, forse.

E parla anche di un coraggio tutto nuovo a cui vien voglia di credere. 

Il grembo paterno è una lettera d’amore.

Chiara Gamberale apre continuamente strappi dolorosissimi e poi ci soffia sopra parole.

Ci mette un cerotto su questo tempo malato. 

Se ne prende cura. 

Finché diventa abitabile davvero.

Casa, sì. 

“Io sono convinto che la generazione dei nostri genitori non abbia sbagliato con noi figli perché sbagliava. Tutti sbagliamo. Ma ha sbagliato perché non ci ha aiutato a interpretare quegli errori”.

E all’inizio e alla fine, io, me lo sono abbracciato questo libro.

©Erika Carta

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