Questo libro arriva alla vigilia di un giorno che dicevano sarebbe stato la tanto attesa (non certo da me) fine dell’estate. 

Ho cominciato a leggerlo a tarda sera, seduta nella poltrona rivolta alla finestra spalancata, come lo è stata in tutte le sere di caldo impressionante, in cerca di un filo d’aria, con la luce della lampada sulla destra. La mia postazione di lettura estiva, dentro casa, nelle notti di silenzio profumato di giugno, luglio e agosto.

Da tanto seguo Emanuele Bosso sui social, nutrendo la sua stessa passione, apprezzando i contenuti e molte delle sue riflessioni. È strano sentire un legame con persone che non si conoscono ma questo fanno, le storie. E così, l’uscita del suo libro, del suo primo romanzo, l’ho accolta come se aspettassi anche io di condividere la gioia di un amico.

Satelliti.

La città, il paese, una stanza. 

La geografia di questa storia si muove a terra, nei passi di Filippo che segue sua madre da Roma a Fassiano, ai piedi delle montagne dove in estate le persone ritornano, portandosi appresso una nostalgia profonda e passeggera quanto loro e in inverno la neve sembra cancellare tutto, immobilizzandolo sotto la sua coltre e ripresentandolo ogni volta uguale, quando la neve si scioglie. 

Che sia il 1985 o il 2006.

È nei passi di Tommaso, sulle scale. Non un rumore qualsiasi, non una semplice illusione: erano i suoi passi, tutti, uno dopo l’altro. Il modo in cui saliva senza fretta, il tonfo più pesante sull’ultimo gradino, la breve pausa davanti alla porta. Allora tendevo l’orecchio, contavo i secondi che gli sarebbero serviti per bussare e mi preparavo ad accoglierlo.

Ma questo racconto  si muove anche nell’aria. Nel sole, nel vento, negli astri del cielo, nell’orbita di due satelliti che si attraggono e si muovono paralleli senza mai collidere. 

Esattamente come fanno due solitudini quando si specchiano una nell’altra.

Emanuele Bosso racconta la storia di Filippo e Tommaso con una tenerezza dimenticata e necessaria che arriva così urgente a me che leggo, da consentirmi di chiudere il libro all’ultima pagina soltanto la notte successiva a quella in cui l’ho cominciato.

Nel mezzo, la giornata prevista di stacco dall’estate, i residui del maestrale fresco e il cielo grigio che porta pioggia. E un mucchio di cose stratificate dentro che grazie alla modalità di riflesso che hanno i libri, si liberano di nuovo, con dolore e sollievo. 

È la storia più ampia, come sempre, di madri, padri e figli, di vuoti troppo vuoti e pieni troppo pieni; della brutale semplicità di una vita in paese. 

Quella normalità mi sembrò più violenta di qualsiasi minaccia. Il paese sapeva fare spazio a uno come lui senza domandargli nulla. Sapeva lasciarlo al centro della festa e, poco più in là, tenere Tommaso fermo sul bordo, solo, mentre tutti gli giravano intorno.

È la narrazione intensa della spontaneità, nei ragazzi di quegli anni, di fare proprio il dolore di un altro, di viverci dentro come fosse una stanza sul retro di una casa, l’unico punto di incontro. È la forza di resistere ma è anche il coraggio di scegliere e perseguire la salvezza. 

Quando sei qui con me

questa stanza non ha più pareti 

ma alberi,

alberi infiniti 

Quando sei qui vicino a me

questo soffitto viola

no, non esiste più 

Io vedo il cielo sopra noi

che restiamo qui

abbandonati come se non ci fosse più 

niente, più niente al mondo 

Erika Carta