Cosa suscita maggiore meraviglia: incontrare un luogo tra le pagine di un libro e poi vederlo con i propri occhi, oppure conoscerlo nella realtà e ritrovarlo in seguito nella letteratura? 

“Principiò in pieno giorno con una leggera scossa di terremoto. La gente sciamò in strada; molti raggiunsero il punto di raccolta della Protezione Civile, altri tempestarono di segnalazioni il comando dei vigili urbani, qualcuno decise addirittura di passare la notte in auto. Poi, tutto sembrò quietarsi. Non era la prima volta che l’Etna decideva di far tremare la terra, né sarebbe stata l’ultima. La mattina successiva si presentò con un boato, poi un altro, e un altro ancora; infine, una spaventosa colonna color pece si alzò dalla sua bocca levandosi in cielo. La pioggia di cenere che ne segui, fitta e tradimentosa, oscurò persino il sole, riversandosi inesorabile su tutta la città. Sabbia, vetro e lapilli formarono una mefitica coltre che si depose ovunque: sui tetti, le auto, le strade. Financo sui vicoletti di basolato del centro. Lava sopra lava. E in breve, tutto si pittò di nero.”

La storia che mi lega a questo romanzo parte da lontano. 

Ho letto qui, della Sicilia. E poi ci sono stata, per la prima volta, insieme a colui che, così come ha mosso la penna per raccontare Theta Infelix, ha mosso i nostri passi sulla terra che, questa storia, la accoglie. 

Rosario Russo, scrittore e non solo, il grande connettore di persone e di isole.

Acese orgoglioso ci ha mostrato la città attraverso le parole dei suoi scritti e attraverso i suoi occhi, così, ce ne siamo irrimediabilmente innamorati anche noi.

“Traversa camminava pensieroso sui sanpietrini di corso Umberto, a pochi metri dal commissariato. Prima della temuta riunione con la Sciancarelli, aveva pensato bene di riempirsi la pancia con una granita alla mandorla. Ormai aveva perso il conto dei giorni consecutivi in cui aveva consumato la stessa colazione. Sedersi ai tavolini del suo bar preferito, accanto al carretto siciliano decorato, poter dire al cameriere «il solito». Abituarsi, imparare a vivere questo nuovo tempo.”

Vorrei dire che questo romanzo, edito Apalòs, vede protagonista l’ispettore Luigi Traversa, insieme ad altri personaggi come il Commissario Antonio Lorefice, la Vice Ispettrice Sonia Orlando e di sicuro ne parlerò, a breve.

Ma, invero, la protagonista assoluta è ‘a muntagna, il vulcano femmina della Sicilia. L’Etna, e i suoi diavoli. 

E la storia, che Rosario le ha cucito attorno.

«Si recava ogni giorno, da solo, alle dodici in punto, allo scalo Pennisi per restarci fino a tarda sera. Tornava da quelle sortite sempre più stravolto. Poi aveva cominciato a dire frasi apparentemente senza senso. “Sono tornati! Sono tornati!”. lo gli rispondevo: “Papà, ma di chi stai parlando?” e lui: “chiddi cu li corna calaru da Muntagna!”»

Santa Tecla, frazione del comune di Acireale.

Allo scalo Pennisi vengono rinvenuti due cadaveri, due giovani giustiziati, con una moneta d’argento recante il simbolo Theta, sotto la lingua. 

Il caso pare diviso tra l’ipotesi di un omicidio di mafia e quella di un killer seriale, per via di una vecchia storia. Elemento in comune prima ancora di ogni altra cosa, la furia dell’Etna, l’eruzione, la lava, la pioggia di cenere.

La natura, disturbata nel suo cuore pulsante e per questo bisognosa di riportare in pari l’equilibrio. 

Un tributo di sangue.”

Traversa, veneto, ancora fatica a entrare nei meccanismi che regolano ogni cosa, compresi i rapporti umani, in questa terra che comunque gli pare bellissima e maledetta insieme. E pur non comprendendola appieno, non può che rimanerne ammaliato. Perfino in una situazione dove si respira morte, riesce a capire quanto qui, ogni cosa possa sembrare sempre un teatro a cielo aperto. La chiama “teatralità del lutto”.

Lorefice è figlio della Sicilia. Ferito, risoluto e ironico, nel suo essere ermetico. Uno dei personaggi che più mi si è attaccato alla pelle, nonostante tutto.

Sonia, che ascolta Gigi D’Agostino aggrappandosi al ricordo di una scintilla di vita; che io ho amato in tutte le sue versioni, perchè umane. 

E Gemma e ogni personaggio, perfino il più marginale di questa storia, è narrato qui senza sconti o edulcoranti.

Caratterizzati, ironici, arrabbiati. Profondi, reali, nella visione d’insieme e nella quotidianità.

Anche se la pioggia cessa, nulla va al suo posto e nulla si ferma, a consolare.

Ma si percepisce movimento. E questo è quello che conta.

Luci e tenebre si rincorrevano in un’eterna danza tutta sicula.”

Erika Carta