A Carlos Ruiz Zafón

A Carlos Ruiz Zafón

Non è semplice spiegare il legame che si crea tra un libro e il suo lettore. 

Chi parla questa lingua codificata, sa bene cosa intendo.

E immancabilmente, la persona che il libro l’ha scritto, entra di diritto in quella cerchia di amici stretti, strettissimi, che non c’è bisogno di essersi mai incontrati per aver speso insieme un tempo che non ha eguali.

Ecco perché, quando giri l’ultima pagina, senti che quell’amico ti mancherà da subito e che, allo stesso tempo rimarrà per sempre con te.

“Non so dire se dipese da queste riflessioni, dal caso o dal suo parente nobile, il destino, ma in quell’istante ebbi la certezza di aver trovato il libro che vi avrei adottato, o meglio, il libro che avrebbe adottato me. Sporgeva timidamente da un ripiano, rilegato in pelle color vino, col titolo impresso sul dorso a caratteri dorati. Accarezzai quelle parole con la punta delle dita e lessi in silenzio.

JULIÁN CARAX 

L’ombra del vento”.

È di pochi giorni fa la terribile notizia della prematura morte di Carlos Ruiz Zafón, lo scrittore spagnolo che ha portato tutti noi a camminare in una notte in cui “i lampioni delle ramblas impallidivano accompagnando il pigro risveglio della città, pronta a disfarsi della sua maschera di colori slavati”. 

L’uomo che ci ha fatto fermare “davanti a un grande portone di legno intagliato, annerito dal tempo e dall’umidità […] il cadavere di un palazzo, un mausoleo di echi e di ombre […] un tempio tenebroso, un labirinto di ballatoi con scaffali altissimi zeppi di libri, un enorme alveare percorso da tunnel, scalinate, piattaforme e impalcature: una gigantesca biblioteca dalla geometria impossibile”.

Il Cimitero dei Libri Dimenticati.

Mi vengono i brividi ogni volta che lo leggo, lo sento, ne parlo. Come fosse la prima volta, quando piena di meraviglia lo scoprivo tramite gli occhi di un quasi undicenne Daniel Sempere.

Davvero mi riesce complicato trovare parole per dire in quanta magia mi sia imbattuta, percorrendo queste pagine. 

E non si tratta solo di un libro che parla di libri o di storie avvincenti e misteri da svelare. 

Zafón è tanto di più.

In tutte le sue opere, ogni personaggio dismette tali abiti, diventando semplicemente una persona. Così ben caratterizzata, così umanamente sfaccettata, che è impossibile passare oltre. 

“Non sapevo ancora che, prima o poi, l’oceano del tempo ci restituisce i ricordi che vi seppelliamo. Quindici anni più tardi, mi è tornato alla mente quel giorno. Ho visto quel ragazzo girovagare nella bruma della stazione Francia e il nome di Marina si è infiammato di nuovo come una ferita recente. Tutti custodiamo un segreto chiuso a chiave nella soffitta dell’anima. Questo è il mio”. 

Come Marina, fiamma di luce in un paesaggio tetro e sinistro.

La smania di leggere fino all’ultima parola freme chiassosa eppure ogni vita raccontata lì dentro, ogni legame, ogni luogo, ti si attaccano addosso con lentezza, in profondità.

“Possedeva uno strano fascino che seduceva in modo lento ma inesorabile”.

Storie di coraggio, storie dove l’amore illumina costantemente il percorso e l’amicizia tiene in vita società segrete, anche dopo che si sciolgono, come la Chowbar Society.

“Lì eravamo cresciuti senz’altra famiglia che noi stessi e senza altri ricordi che le storie che ci raccontavamo intorno al fuoco a notte fonda, nel cortile della vecchia casa abbandonata che sorgeva all’angolo tra Cotton Street e Brabourne Road, un casermone in rovina che avevamo ribattezzati il Palazzo della Mezzanotte”.

I libri di Carlos Ruiz Zafón sono una scossa elettrica la prima volta che ti imbatti in loro. Scrigno di meraviglie a cui tornare infinite volte sentendosi come a casa di un amico fedele.

Le parole sopravvivono a ogni male del mondo, creando unioni profonde che vanno oltre i confini.

L’unico pensiero che si affaccia alla mia mente è questo, e te lo dedico, amico:

“Vivrai per sempre. Grazie.”


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