PIANI INCLINATI – Recensione

Davanti a un buon libro il lettore si fa viandante presso sentieri sconosciuti, immerso in un viaggio di cui non immagina la destinazione.

Leggere questo però, come suggerisce il titolo, “Piani inclinati”, è stato esattamente un lento scivolare.

Inesorabile attrazione verso la profondità della terra, casa di questa storia. 

Eleonora Carta ci parla della Sardegna, della sua natura policroma, senza mai cadere nel banale, nei fermi immagine tipici e scontati di chi si approccia a raccontarne.

La sua è una descrizione in movimento che ti fa sentire sulla pelle l’afa, l’aria chiusa e diffidente dei paesi dell’entroterra; la libertà sconfinata e insidiosa che solo un’immensa distesa d’acqua cobalto può regalare; l’apparente, antica immobilità delle pietre e il refrigerio degli alberi che fanno ombra mentre si sale in alto, verso la montagna.

Più in fretta di quanto si fosse accorto, il fresco del mattino, che profumava di sottobosco, si era dissolto nella calura del giorno. La temperatura era salita in poche ore di dieci gradi. E adesso assaporava il modo in cui il respiro degli alberi spezzava l’afa, in folate che profumavano di umidità profonde e antiche”.

Il cambio repentino di ogni scenario e insieme la lentezza nell’attraversare ognuno di essi.

Terra viva, magica, ricca di suggestioni.

Un’essenza antica, che portava a pensare all’isola come a una grande dea adagiata al Mediterraneo, un po’ madre e un po’ matrigna, vicina e distante, capace di abbracciare e scaraventare nell’abisso”. 

Inevitabile, poi, gravitare dentro gli intricati e complessi abissi della mente umana. 

“Piani inclinati” è un giallo che vede le Forze dell’Ordine dispiegate nelle indagini per rapimento di minori. 

Vicenda che fa da scheletro; filo conduttore tra le pagine ma che, in qualche modo, viene lasciata magistralmente ai bordi dall’autrice.

Eleonora Carta, infatti, predilige indagare la vita interiore dei suoi personaggi con una sensibilità schietta, senza inibizione. 

Linda De Falco è il maggiore del ROS di Roma, donna tutta d’un pezzo, forte della sua corazza costruita ad hoc per poter vivere in un ambiente del genere, prettamente maschile, e avere a che fare con le brutture che tante volte il lavoro le impone. 

Ma ancora, la caratterizzazione del personaggio non si ferma a questo cliché.

È la vita di Linda a scorrere tra le pagine, ammaliante perché spogliata da qualunque omissione o falsità, come solo una scrittura introspettiva può concedere.

Tutto era diventato un tornare. Qualsiasi cosa facesse, era tornare. Era ridurre il tempo che mancava. Non lo avrebbe mai confessato, nemmeno a se stessa, probabilmente. Resisteva tenacemente, fingeva di non essersi arresa, di essere solida e determinata, inattaccabile nella sua forza, ricca di un mondo interiore che non intendeva comunicare perché non aveva bisogno di farlo, tanta era la sua pienezza. Non era vero. Era una recita, la sua. Era sola. E terrorizzata. Da anni ormai”.

E con queste premesse, viene naturale entrare in empatia con Linda. Comprenderla, capire perché instaura con il rapitore un contatto viscerale. 

Non si tratta più semplicemente di bene e male, di buono e cattivo, vittima e carnefice.

La linea di demarcazione è talmente sottile e fragile, da sembrare una lastra di vetro, dove a specchiarsi è il buio di entrambi. 

Linda De Falco conosceva bene le cose da cui non si può tornare indietro. Capire quanto irreversibile fosse quel passaggio, costava a chi ne era capace, grande tormento, energie, capacità di fidarsi ancora della vita. La ricompensa per esserci riusciti era la conquista di un nuovo vuoto immenso che niente avrebbe mai più potuto riempire. Per questo era tanto facile lasciarsi andare al dolore, o alla follia.”

Non ci sarebbe barlume di luce, se non fosse per Daniele Fois, ispettore del Corpo Forestale. 

Uomo ponderato e sincero, libero e buono come sa esserlo la natura della sua terra, ma non per questo privo delle sue oscurità. 

Perché è vero, guardare dentro il buio di un abisso una volta, può far perdere l’equilibrio. E da quel momento diventa un implacabile ruzzolare giù, trascinare in fondo ciò o chi si incontra sul proprio cammino. Continuare a cadere insieme. 

Ma ci sarà sempre un appiglio. Una mano forte, pronta ad afferrare, ad arrestare la caduta in profondità, a stringere in una morsa di speranza. 

Un romanzo che esplora l’isola e l’indicibile, alternando respiri corti a respiri lunghi e sciogliendo sul finale il grumo di tensione accumulata.

Rispondi