“È bellissima tutta la parte narrata.”

Così ho detto ieri sera, mentre guardavo il nuovo Frankenstein di Guillermo Del Toro.

E oggi, scorrendo distrattamente Facebook, ho letto lo stralcio di una recensione che diceva, in sostanza, l’opposto.

“La narrazione appiattisce.”

Ma in quale mondo? 

Una definizione così mi manda in bestia il mio, di mondo.

Ogni storia è scritta in unico modo possibile: quello di chi la scrive. Le differenti, infinite visioni che si muovono nel tempo, stanno tutte nelle letture, spazi così liberi come soltanto l’arte è in grado di concederne.

Nello specifico, questa storia è stata letta, interpretata e rappresentata dentro un’attualità che è stata a sua volta letta interpretata e rappresentata. Qui, per me, sta la chiave di volta che sorregge una struttura antica in un mondo moderno. 

Così, nel film, ogni singola parola accompagna le immagini che scorrono sullo schermo. Le rafforza, le esalta, conferisce loro un’intensità che mette i brividi più della dissezione di un cadavere!

Sì, perché invece di “appiattire” l’orrore del romanzo di Mary Shelley, parlandone, finalmente lo spiega. Ed è questo che fa più paura… a chi non sa o non vuole ascoltare.

Victor sprofonda dentro l’abisso della disperazione nel momento esatto in cui apprende la riuscita della sua creazione.

Diventa padre di una creatura che non conosce e che per questo, diventa mostro.

Tutto era nuovo, per lui: il caldo, il freddo, la luce, l’oscurità. E io ero lì per plasmarlo.”

L’ebbro miraggio dell’onnipotenza.

“Non avevo mai pensato a dopo la creazione e avendo raggiunto i confini della terra, non c’era più un orizzonte. Il risultato mi appariva innaturale, privo di significato. E questo mi turbava”. 

Lo scontro con la realtà, la frustrazione.

E di seguito, tutti i comportamenti sbagliati messi in atto per contrastarla. 

Educare, senza amare.

Trasferire la paura, bramare risultati senza coscienza, solo per sentirsi appagati. 

E infine, abbandonare. Eliminare.

Ma non c’è creatura al mondo che prima o poi non conosca l’amore. E dall’amore si impara, sempre. Impara chi insegna e impara chi apprende.

L’amore dentro gli occhi di un vecchio che non vede e per questo si inventa e crede allo spirito della foresta.

L’amore di un fratello che rimane, fino a quando ha il coraggio di ammettere: sei tu il mostro. Anche se è troppo tardi. 

L’amore di una donna.

“Ho cercato e desiderato qualcosa che non riuscivo a definire. Sentirsi persi ed essere trovati. È questa la durata dell’amore.”

L’amore di un padre che chiede scusa e di un figlio che lo perdona. 

“Mi dispiace. Il rimorso mi consuma. E ora vedo la mia vita per quello che è stata.”

“L’onda di marea che mi ha portato qui, ora viene a portare via te, lasciandomi incagliato.”

“Perdonami, figlio mio. E se puoi perdona te stesso e continua a vivere.[…]Mentre sei in vita, che cos’altro potresti fare, se non vivere? Vivi.”

Erika Carta