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Ok, forse ci sono. Posso farlo… devo farlo.

Perché se continua a vorticarmi tra testa e stomaco (e non è il reflusso) vuol dire che questa cosa la devo fermare con le mie parole.

È la prima dell’anno, che scrivo. E non può che essere su Stranger Things, visto che ci hanno regalato l’ultima puntata nella notte di capodanno e che prevedibilissimamente… ho pianto e non mi sono ancora ripresa. 

Ma non vorrei parlare solo del finale (o dei finali a seconda di come la si guardi), della puntata “Il ponte” o del coming out di Will, dei meme, di Vecna aka Henry aka Uno aka Il signor Cos’è o di come Joyce Byers diventi a un tratto, fantasticamente, Molly Weasley. (“Fanculo, hai sbagliato famiglia!” “Mia figlia no, bastarda!”)

Non solo degli indizi, le teorie, gli interrogativi, del tempo che è passato (troppo), o di Ted Wheeler. 

Vorrei parlare di tutto questo e altro ancora ma soprattutto dell’effetto che fa. O meglio che mi fa.

Mi ero scordata com’era guardare una serie tv che dura anni (o giorni, il tempo è relativo), affezionarsi ai personaggi, alle dinamiche, a ogni easter egg diluito tra le stagioni, all’attesa, allo scambio di opinioni, ai “no spoiler”, al coinvolgimento dentro ogni puntata e poi… alla fine.

Parlo, per me, di serie tv come The vampire Diaries, How I met your mother, Revenge, How to get away with murder, per fare alcuni esempi.

UNPOPOLAR OPINION: non DARK (lo detesto! P.s. L’ho capito… ma lo detesto uguale!)

È arrivato Stranger Things. È durato dal 2016 al 2025 con un buco di tempo quasi equivalente al vuoto e al rimestamento  dato dalla pandemia e dal lockdown.

Stranger Things è stata subito una sensazione: nostalgia. 

Gli anni ottanta che scivolano in sordina nei novanta.

Inevitabilmente ha toccato corde che erano già state accordate, sintonizzate su colossi come King, Spielberg, Rowling.

ItHarry PotterE.T. e per stare nel nostro giardinetto italiano… Ci hai rotto papà.

Le biciclette, l’amicizia, la fiducia, la paura, il coraggio, la crescita.

Un’ultima puntata che ripercorre tutto questo, che ci fa urlare al minuto 21:31, una puntata a cui manca almeno un’altra ora, dopo che la battaglia delle battaglie pare vinta.

La battaglia delle battaglie. 

È stata frettolosa? Dipende. Erano cinque anni che li tormentava… magari anche basta, in fretta e con stile.

Niente demogorgoni e democani? Era ora, forse.

E quello che è venuto dopo? Banale? Bellissimo? Possibile? Impossibile? 

Buchi di trama, personaggi spariti, risposte non date?

Vedete, non è questo che importa. Non a me, sicuramente.

Mi interessa che ho trattenuto le lacrime perché non mi andava tanto di essere anche questa volta l’unica nella stanza a piangere e poi invece son scoppiata in singhiozzi silenziosi che si sono trasformati in tosse (perché non sono molto brava io, con i singhiozzi silenziosi) e risate, per la gioia di essere, anche questa volta, l’unica nella stanza a piangere! 

E mi ricollego all’effetto che mi fa. A come una serie tv, qui nello specifico Stranger Things, esca dallo schermo, attraversi questa benedetta stanza e entri dentro di me, a farsi leggere in un modo che è solo mio ma che, come accade spesso ed è meraviglioso, trova eco in miliardi di altre persone. “Tu mi capisci, più di chiunque altro. È così da sempre. Fin dal primo giorno. Tu hai visto la vera me.” 

Mentre con altre si scontra totalmente.

“Ho capito che anche se c’è stato molto male, c’è stato del bene anche. […] e in questo gioco ci sono due tipi di caos distinti: il caos buono e il caos cattivo. Il caos cattivo porta anarchia, distruzione, guerra. Ma il caos buono può portare innovazione, cambiamento. […] Nel caos i muri intorno a noi sono crollati. Ho trovato nuovi amici, amici. Amici che non avrei mai pensato di avere. E questa cosa è successa anche a molti altri. Quando conosci persone diverse da te, inizi a imparare di più su te stesso. Inizi a cambiare. Cresci.”

Ecco cos’è che mi ha fatto Stranger Things. Mi ha fatto ricordare cosa vuol dire infanzia, cosa vuol dire diventare, crescere, chiudere un’era ma tenerla viva come parte di sé. 

Ecco cosa fa il passaggio alla vita adulta… o la puntata finale di una serie tv: ti fa uscire da una città non tua ma che hai vissuto come tale, ti fa salire le scale di un seminterrato, attraversare una porta, e tornare alla realtà. Ma per qualcuno, per esempio per chi continuerà a scrivere, raccontare e ascoltare storie, lascerà sempre uno spiraglio aperto per credere nella magia. 

Anche io, ci credo. 

E continuerò a farlo, una, due, otto, dieci volte… undici. 

Erika Carta