Il romanzo di Emily Brontë che ho letto io non è un romanzo d’amore tormentato, sbagliato… e men che meno una storia di possesso. Nessuno ha proprio niente, qui.
Parla di abuso di potere e posizione e conseguentemente è la storia di una disperata vendetta.
Sono sopraggiunti due collegamenti letterari che hanno senso, per me: Il Conte di Montecristo e L’isola di Arturo.
Qui, per ogni famiglia di entrambe le generazioni, per ogni personaggio, compresi i domestici, è complicato schierarsi.
Tranne per Joseph che prega ma è cattivo e per i Linton, la cui mollezza di spirito resta uguale nel tempo e stona troppo in mezzo a queste cime tempestose. Piccola Cathy a parte, che per fortuna ha sangue e occhi Earnshaw.
Gli Earnshaw sono tutti sbagliati ma esistono nell’azione.
C’è un personaggio, sempre presente ma in modo marginale da un certo punto della storia, l’unico che veramente evolve e alla fine arriva a occupare la scena. Ha gli occhi di lei.
Catherine è folle ma è difficile non detestarla.
Heathcliff non lo ami e non lo odi.
Guardi il suo percorso per come viene raccontato da terzi (e quarti e quinti, talvolta).
Vedi da lontano il suo subire angherie da bambino senza terra e senza cognome, ti rallegri appena, quando trova di che specchiarsi nell’unica persona così diversa e uguale a lui, segui le assenze e le azioni che si fanno sempre più brutali.
Poche volte conosciamo i pensieri e gli stati d’animo direttamente dalla sua bocca e quando succede è un giubilo estetico e letterario. Sono i momenti in cui ci si lega, irrimediabilmente e selvaggiamente a questo libro.
“Due sole parole racchiuderebbero tutto il mio futuro: morte e inferno.”
“Di qualsiasi cosa siano fatte le anime, la sua e la mia sono uguali.”
