Nero Mediterraneo comincia così, ordinario e pacato come l’umanità che accoglie Alvise Terranova dentro il Bar Cipollina.
Mi basta andare avanti di poche pagine per comprendere che seppure questa tranquillità sia reale, è solo una delle tante sfaccettature del libro e di quella stessa umanità che, molte più volte di quante vorremmo, ci lasciano addosso una sensazione di ferocia.
Le storie che ha raccontato Antonio Boggio, andrebbero lette tutte. In ogni libro, la parte che interessa il giallo offre scenari diversi e a diversi livelli di indagine.
In questo nuovo romanzo ho percepito un gran lavoro di stratificazione, oltre che un respiro internazionale, anche se poi… il cuore rimane a Carloforte.
È qui che in un pomeriggio approda un peschereccio con a bordo dei migranti, salvati in mare ed è qui che sulla bellissima spiaggia La Bobba, viene ritrovato il corpo senza vita di una diciannovenne, Brigitta.
Un caso in cui l’opinione pubblica trova via facile per puntare il dito, tra la paura e la propensione a lavarsi la coscienza.
Ma il Commissario Alvise Terranova sa che questa storia ha molto di più da raccontare, soprattutto perché si insinua nel suo presente personale, come il vento tra i caruggi, a richiamare un passato che affiora di continuo, sgorgando come sangue nero dai segni profondi che ha lasciato.
Il nero che ti serve per vivere… Alvise.
Il nero che nutre la tua anima…
Nero come sopravvivenza.
Così, conosciamo ancora di più questo Commissario che di volta in volta mette allo scoperto qualcosa di sé che non sapevamo, condividendo i suoi pensieri più intimi, i desideri e le paure che lo tormentano. E che diventano o si rispecchiano in quelle nostre, quando leggiamo.
Poi ci sono i personaggi che lo circondano. A un certo punto di questa nuova lettura, mi sono resa conto di riconoscerli tra le pagine. Rivedo le abitudini, ritrovo alcuni comportamenti ripetuti, seguo la loro crescita al pari di quella di Alvise.
E provo affetto, come fossero amici miei.
Per citarne uno, Rivano: L’ispettore, con la sua aria ingenua e il sorriso che illuminava ogni luogo, ottimista, capace di trovare il lato buono in ogni situazione[…]
O Vinicio.
Vinicio sollevò il volume della musica e uscì sul ponte di coperta per fumare una sigaretta. Lou Reed lo raggiunse, con la sua voce calda e ovattata. Si sedette, e assorto, con le rughe che sembravano appese alla fronte, osservò la vita che si srotolava a poche centinaia di metri dal Lullaby, tra i caruggi, per le strade che si erano affollate di automobili e di motorini.
I suoi occhi erano fissi come chiodi sul legno, ma sembravano penetrare in un’altra dimensione, in un luogo distante e irrazionale: i caruggi e quell’umanità che dava un senso alla propria vita era solo un passaggio, un portale dentro di sé. La sua mente viaggiava come viaggiano certi uccelli a pochi centimetri dalla linea del mare, per miglia e miglia senza ristoro.
L’essenza più vicina a questo Mediterraneo che la fa da padrone per tutto il romanzo.
